Speranza

Apr. 5th, 2022 10:50 pm
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COWT-12 SETTIMA SETTIMANA - M2

PROMPT: Matrimonio

NUMERO PAROLE: 981

VALUTAZIONE: Gialla

AVVERTIMENTI: /

NOTA: Raccolta


Melissa Mccall guardò con orgoglio suo figlio provare la toga scolastica.

Scott stava combattendo contro il lungo indumento, cercando di lisciare ogni singola piega che riuscisse a vedere. 

Ogni giorno che passava il ragazzo assomigliava sempre di più a suo padre Raphael.

Il babbano che Melissa aveva sposato e l'uomo con cui pensava di passare il resto della sua vita.

Prima quest'ultimo non si fosse perso dietro l'alcool a causa del suo lavoro come poliziotto.

Se Melissa non avesse preso la decisione di allontanarsi con Scott, probabilmente il baratro oscuro in cui suo marito era caduto avrebbe finito per inghiottire anche loro. 

"Eccitato?" Chiese la donna aiutando il ragazzino a sistemare il cappuccio. 

"Abbastanza." Ammise imbarazzato il giovane mago. 

Melissa rise contenta, baciandolo sulla fronte. 

"Sei praticamente cresciuto qui, conosci il castello come le tue tasche. Cosa ti rende così euforico?" 

Melissa era l'infermiera di Hogwarts da due anni ormai e viveva in una piccola casa nei territori del castello. 

Permesso accordato da Silente che, sapendola in difficoltà economica, le aveva proposto la posizione lavorativa e un'umile dimora in cui alloggiare insieme al figlio. 

Scott era cresciuto vagando per le aule vuote della scuola durante l'estate, sognando il giorno in cui si sarebbe seduto a quei banchi. 

"Non capisci mamma. Finalmente avrò la mia bacchetta!" Esclamò entusiasta il ragazzo, iniziando a mimare una serie di movimenti con le braccia che lo facevano sembrare più un direttore d'orchestra che un abile stregone. 

"Sai che non ti è permesso lanciare incantesimi fuori da Hogwarts, vero?" Ricordò ragionevolmente sua madre. 

"Tecnicamente, casa nostra è all'interno dei territori della scuola." Fece notare furbamente Scott. 

Melissa alzò gli occhi al cielo, mettendosi il cuore in pace sui disastri che Scott avrebbe inevitabilmente combinato. 

Scott non ebbe bisogno di prendere il treno per Hogwarts, essendo già lì quando arrivò l’inizio delle lezioni.

Il ragazzo fu un pò deluso dal non poter sperimentare l’esperienza, così sua madre promise che quell’estate l’avrebbe mandato da sua nonna, cosicché potesse partire a Settembre dalla stazione di King's Cross insieme ai suoi compagni.

Scott accolse la sua idea facendo i salti di gioia. 

Il giovane mago venne smistato dal Cappello Parlante in Grifondoro. 

Il cappello non fece quasi in tempo ad essere posato da Minerva sulla sua testolina che dichiarò la propria scelta con solida convinzione. 

Melissa non aveva avuto dubbio alcuno. 

Suo figlio possedeva il cuore più onesto, coraggioso e mosso da onorevoli ideali che conoscesse.

Scott non si rivelò uno studente brillante. 

Arrancava nelle lezioni di Pozioni, non eccelleva particolarmente in nessun’altra materia e sembrava più interessato a seguire il suo compare Stiles Stilinski in una nuova marachella che del preoccuparsi dei propri studi. 

Ma Melissa non poteva essere più orgogliosa di lui. 

Al quinto anno Scott superó i provini della squadra di quidditch e divenne finalmente popolare. 

Ogni strega di Hogwarts cercava di attirare la sua attenzione ma lui aveva occhi solo e soltanto per Allison Argent. 

Melissa avrebbe mentito se avesse detto di non essere preoccupata al riguardo. 

Argent era un cognome che tutti temevano nella comunità magica.

Allison però si dimostrò tutto il contrario delle voci che circolavano sulla sua famiglia. 

Melissa sarebbe stata fiera di averla come nuora quando Scott si fosse finalmente deciso a metterle un anello al dito. 

Evento in realtà non molto distante nel futuro. 

Scott e Allison avevano appena vent'anni quando la ragazza scoprì di essere rimasta incinta. 

Il tempismo non era dei migliori. 

Voldemort era tornato e i Mangiamorte erano a caccia dei traditori. 

Traditori come Jackson Whittemore o Cora Hale. 

Il matrimonio venne organizzato in fretta e furia, in una location segreta. 

A parteciparvi furono pochi amici intimi, tra cui alcuni membri dell'Ordine della Fenice.

Allison indossó un abito morbido color cipria, legato sotto al seno che ricadeva in un'ampia gonna di organza. 

L'ultimo dono fattole da sua madre, indossato per onorarne la memoria. 

Una lettera contenente le sue più sentite scuse le era stata recapitata qualche settimana prima insieme all'abito. 

Il mittente era sconosciuto e Chris ipotizzò che Victoria avesse organizzato la spedizione in modo che Allison ricevesse quel pacco dopo la sua dipartita. 

Alla mia coraggiosa Allie. 

Recitava il messaggio sulla busta della lettera.

Allison aveva messo da parte il pacco per aprire la busta con dita tremanti. 

Poteva perdonare Victoria per tutto, ma non poteva scendere a patto con la sua decisione di togliersi la vita, invece di combattere per lei. 

Scott indossó l'abito blu notte che suo padre aveva indossato prima di lui nel suo grande giorno.

Raphael glielo donò come ramoscello d'ulivo, intenzionato a recuperare il rapporto con il figlio.

C'era ancora molta strada da fare e tanto da perdonare, ma ci stavano lavorando. 

Scott e Allison suggellarono la loro unione scambiandosi un bacio sotto un bellissimo cielo stellato, il debole rumore delle onde dell'oceano che si infrangevano contro la scogliera come sottofondo. 

Stiles fece esplodere una miriade di stupendi fuochi d'artificio firmati Gemelli Weasley e Lydia agitò la bacchetta per far partire la musica, dando il via alle danze.

Silente fece un'apparizione veloce, regalando ai due giovani un medaglione per il nascituro. 

La collana era stata incantata con un potente incantesimo di protezione, che tutti pregarono non sarebbe mai davvero servito. 

I due giovani futuri genitori gliene furono comunque immensamente grati. 

Dopo il matrimonio, Scott insistette con determinazione che Allison restasse al sicuro a casa, ma la temeraria strega accettò soltanto di attendere il momento del parto prima di riunirsi alla battaglia contro il Signore Oscuro. 

Ebbero una bambina che chiamarono Hope. 

Speranza era quello che sarebbe servito a tutti loro per affrontare i tempi bui che li attendevano.

Melissa pregava ogni sera, stringendo la nipotina al petto mentre la cullava per farla addormentare, di vederli tornare tutti presto a casa.


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COWT-12 SETTIMA SETTIMANA - M4

PROMPT: Harry Potter

NUMERO PAROLE: 1379

VALUTAZIONE: Gialla

AVVERTIMENTI: /

NOTA: Raccolta


Argent era un cognome conosciuto da tutta la comunità magica.

Non per lodevoli motivi, tutto il contrario.

Gli Argent erano conosciuti per essere un’antica famiglia di cacciatori di streghe. 

Babbani che da generazioni perseguitavano il sangue magico e avevano collezzionato innumerevoli vittime.

Addestravano i figli a riconoscere i segni di stregoneria fin dalla tenera età.

Nessun Argent si era mai chiesto se fosse giusto o sbagliato uccidire un mago o una strega o qualsiasi altra creatura magica che avessero scovato.

Almeno finché tra i loro discendenti non nacque una strega.

Allison Argent era una bambina timida dai lunghi capelli color cioccolato e il sorriso dolce.

Amava tirare con l’arco, fare ginnastica e andare allo zoo con sua zia Kate.

Era l’orgoglio di suo nonno.

Il vecchio l’adorava e non smetteva di ripeterle durante le sue visite quanto non vedesse l’ora di addestrarla personalmente, non appena fosse stata abbastanza grande. 

Allison conduceva una vita perfettamente felice.

Finché non ricevette una strana lettera da una scuola di nome Hogwarts che spaccò in due la sua famiglia. 

Dopo l’arrivo di quella missiva che la informava di essere una strega e dell’ammissione alla scuola di Magia e Stregoneria, non passò giorno in cui i suoi genitori non litigassero.

Allison iniziò a preoccuparsi seriamente di cosa comportasse la definizione strega quando fece scoppiare una lampadina con la sola forza del pensiero.

O almeno credeva di essere stata lei.  

Ricordava solo di essere sta molto stressata e di essersi sentita pronta ad esplodere. 

Poi c’era stato uno scoppio e il rumore di vetri rotti che colpiva il pavimento.

“Non è naturale, Chris.” Sentì dire quella sera a sua madre.

I suoi genitori non si preoccupavano più di tenere la voce bassa per non farsi sentire. 

Allison si strinse nella coperta di pile, usandola come armatura contro il mondo. 

“È nostra figlia, Victoria.” Rimproverò aspramente il marito. “Come puoi dire una cosa del genere?” 

“È una strega, Christopher.” Ribattè acidamente la donna.

“Questo non cambia nulla.” Rispose freddamente l’altro. 

“Questo cambia tutto!” Urlò Victoria. “Sai che dovremmo ucciderla.” 

Gli occhi di Allison si riempirono di lacrime. 

“Noi non uccideremo nostra figlia.” Sentì suo padre ringhiare minacciosamente. “Mi meraviglio che tu abbia potuto anche solo prenderlo in considerazione.” 

“Pensi che sarei felice di farlo?” Accusò la moglie. “Tuo padre le piazzerà una pallottola in fronte non appena avrà qualche sospetto. Non oso nemmeno immaginare cosa potrebbe partorire la mente di tua sorella. Preferisco darle una morte rapida e indolore.”

“Victoria.” 

Allison strinse al petto il suo orsacchiotto preferito, trattenendo il respiro. 

“Se solo proverai a torcere un capello a mia figlia, ti ucciderò io stesso.” Promise il signor Argent, chiudendo la discussione. 

La mattina seguente Allison venne svegliata da suo padre alle prime luci dell’alba. 

L’uomo la aiutò a preparare le sue cose e nel giro di qualche ora erano in viaggio, lasciandosi alle spalle il passato.

Tre giorni più tardi, facevano colazione in una tavola calda, controllando insieme la lista dei materiali scolastici per Hogwarts. 

Allison fremeva di anticipazione. 

Avrebbe imparato a fare magie!

L’eccitazione la distraeva dal pensare a quanto le mancasse sua madre e il resto della sua famiglia, nonostante fosse ben consapevole di ciò che pensavano su di lei e di cosa avrebbero fatto se suo padre non l’avesse portata via.

“Qui dice che posso avere un animale domestico.” Indicò la ragazzina, puntando il dito sulla pergamena. “Posso avere un gatto?” 

Chris sorrise gentile, sorseggiando il proprio caffè. 

“Pensi di potertene prendere cura, Allie?” 

“Certo!” Assicurò Allison.

“Come hai fatto con Tippete?”

Tippete era il nome del criceto di Allison, morto l’estate precedente mentre la ragazzina era in vacanza al campo estivo.

“Sai che non è stata colpa mia. Zia Kate doveva dargli da mangiare mentre non c’ero.” Ricordò rattristandosi la ragazzina.

Il signor Argent si sciolse di fronte al suo adorabile broncio. 

“Va bene. Prenderò in considerazione l’idea.” Concesse il genitore. 

Allison sorrise raggiante come il sole.

“Grazie papà!” 

Procurarsi tutto l’occorrente per l’anno scolastico fu stressante per i due Argent.

Ovunque andassero le persone sembravano sapere chi fossero e li guardavano di traverso, trasudando diffidenza e sospetto. 

Dovevano ringraziare solamente la presenza di Rubeus Hagrid se non trovavano le porte chiuse al loro passaggio. 

Il mago mezzogigante era stato incaricato da ALbus Silentein persona di aiutarli. 

L’unica persona che trattò gentilmente gli Argent fu Olivander, il fabbricante di bacchette. 

Allison uscì dal suo negozio con una bacchetta d’olmo e crine d’unicorno. 

Hagrid stava aspettando lei e suo padre appena fuori la porta, reggendo in mano un qualcosa coperto da un telo.

“Cosa stai nascondendo?” Domandò la ragazzina incuriosita. 

L’omone scoprì la gabbia, mostrando la palla di pelo nera al suo interno che iniziò immediatamente a miagolare.

“Sorpresa.” 

Allison allungò le dita nelle fessure metalliche per accarezzare la testolina del gatto.

“È per me?” Chiese incredula. 

Il micio le leccò le dita con la sua linguetta rugosa, facendole il solletico e scatenando le sue risa.

“Avevo detto che avrei preso in considerazione l’idea di farti avere un animale.” Spiegò suo padre. “Hagrid mi ha aiutato a trovarne uno adatto.” 

Hagrid gonfiò il petto con orgoglio. 

“Perchè un gatto? Sembri il tipo che sceglierebbe un gufo.” Domandò la giovane strega ad Hagrid.

Non sembrava minimamente dispiaciuta della sua scelta mentre coccolava l’animale.

“Mi sembravi più un tipetto da gatto.” Spiegò gioviale l’uomo, facendo loro strada verso la loro prossima meta.

“In realtà, preferisco i cani.” Confessò Allison. “Ma questo gatto è adorabile.”

“Se ti piacciono i cani, amerai Thor.”

“Chi è thor?”

“Il mio cane. Un alano tedesco che pesa probabilmente il triplo di te.” Rise il guardiacaccia di Hogwarts. 

“Cane che presumo sia ben addestrato.” Alluse Chris. 

“Amico, Thor è così pigro che l’unico male che potrebbe fare è soffocare qualcuno addormentandocisi sopra.” 

Il 1 Settembre arrivò troppo in fretta. 

Allison non vedeva l’ora di essere a Hogwarts, contando ogni mattina sul calendario quanti giorni mancavano alla partenza.

Chris non era ancora pronto a separarsi dalla sua adorata bambina, ma non aveva altra scelta. 

La accompagnò a King’s Cross di buon ora, affrontando insieme la ricerca del binario 9 e ¾ finché una strega, seguita da una bambina poco più giovane di Allison, ebbe pietà di loro e gli indicò il modo giusto per arrivare al treno. 

“Mi chiamo Talia Hale.” Si presentò la donna, stringendo la mano di Chris. “E lei è Cora. Una dei miei ragazzi.” 

“Chris… Argent.” L’uomo pronunciò il proprio cognome con mortificazione. “Questa è mia figlia Allison. È al primo anno.” 

“Oh.” Esclamò sorpresa la strega, squadrando l’insolito duo. “Non sapevo che tra gli Argent ci fossero maghi.” 

“Solo Allison.” Chiarì Chris, stringendo protettivo la spalla della figlia.

Talia sorrise rassicurante, rivolgendosi direttamente alla ragazzina. 

“Hogwarts ti piacerà, vedrai. È la scuola migliore per i giovani maghi e streghe del domani. Albus Silente è un preside e uomo eccezionale. Nonché il mago ad aver sconfitto Colui che non deve essere nominato.” 

Allison la fissò confusa, non capendo la maggior parte di ciò che le stava dicendo. 

“Se dovessi trovarti in difficoltà, sono sicura che mia figlia Laura e mio figlio Derek saranno ben disposti ad aiutarti.” Offrì gentilmente in aggiunta la strega prima di salutarli.

L’incontro fu un sollievo per Chris.

Forse Allison non sarebbe stata vittima costante dei pregiudizi. 

Il treno fischiò, annunciando l’imminente partenza. 

“Mi scriverai?” Chiese Chris, stringendo la figlia tra le braccia.

“Certo che lo farò.” Garantì Allison. 

Lo sguardo della giovane si rabbuiò.

“Cosa c’è?” Interrogò il padre, notando immediatamente il suo improvviso cambio d’umore. 

“Credi che potrei scrivere una lettera alla mamma?” Domandò esitante la figlia. “Magari potrebbe convincerla a cambiare idea…”

“Non credo sia una buona idea, Allie. È pericoloso.” Ricordò ragionevolmente il genitore. 

La ragazzina annuì delusa, abbracciandolo un’ultima volta prima di salire sul treno. 

Allison Argent discendeva da una famiglia di cacciatori di streghe ed era a sua volta una strega.

In futuro avrebbe avuto un ruolo decisivo nella battaglia contro le forze oscure e il suo cognome, così come il suo retaggio, non sarebbero più stati un’onta. 

Ma quel giorno era ancora lontano.

Chris guardò la locomotiva con sua figlia a bordo allontanarsi verso l’orizzonte, augurandole buonafortuna. 


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COWT-12 SETTIMA SETTIMANA - M4

PROMPT: Harry Potter

NUMERO PAROLE: 844

VALUTAZIONE: Arancione

AVVERTIMENTI: /

NOTA: Raccolta


Stiles era nascosto sotto le coperte, seduto in una posizione che per chiunque altro sarebbe stata scomoda, leggendo un libro al lume di bacchetta e trangugiando una ciotola di ramen istantaneo bollente. 

Se c’era qualcosa che amava dei babbani era la loro capacità di creare cibi di facile preparazione e ottimi per le papille gustative.

Stiles gliene sarebbe sempre stato grato e anche la sua cucina, a cui aveva già dato fuoco due volte da quando lui e Derek erano andati a vivere insieme. 

“Baby, puoi spegnere il lumos?” Gemette assonnato il lupo mannaro, nascondendo la faccia nel soffice cuscino. 

“Ancora un capitolo.” Pregò Stiles con la bocca piena di cibo. 

Il letto scricchiolò. 

Derek si mise a sedere, strattonando via le coperte da sopra Stiles. 

"Stai mangiando a letto?" 

Il giovane mago lo fissò paralizzato come un cerbiatto colpito dalla luce dei fari di una macchina. 

"No?" Tentò di mentire, cercando di nascondere le prove incriminanti. 

"Finirai per versare il brodo ovunque." Rimproverò l'altro, alludendo alla brutta abitudine di Stiles di fare spuntini notturni che poi irrimediabilmente finivano ad imbrattare le coperte a causa della sua sbadataggine.  

"È stato una volta!" Protestò Stiles, respingendo le accuse. 

"Mi hai quasi ustionato."

"Non fare la regina del dramma. Sei guarito in meno di un minuto."

Derek alzò gli occhi al cielo.

"Questo non significa che abbia fatto meno male." Dichiarò, allungando la mano sul comodino per prendere la propria bacchetta. 

Con un fluido gesto e una pronuncia impeccabile, lanciò un incantesimo sulla ciotola di ramen, rendendola incapace di straripare.

"E questo da dove viene fuori?" Domandò Stiles stupito. 

"Bisogna sempre essere preparati con te." Ironizzò il compagno, rimettendosi giù per cercare di tornare a dormire. 

Stiles finì tranquillamente il suo capitolo e lo spuntino, accoccolandosi poco più tardi lungo la linea calda e invitante del corpo di Derek. 

"Deeereeeek~" Fece le fusa nel suo orecchio.

La sua bocca tracciò una scia di piccoli baci umidi fino a un punto particolarmente sensibile del collo che stuzzicò magistralmente con i denti. 

"Nhn, Stiles." Sospirò Derek, cercando di ignorare una parte del proprio corpo che stava già iniziando a interessarsi alle attenzioni del partner. "Dobbiamo alzarci presto domani." 

"Saremo veloci." Promise l'altro, lasciando scivolare la mano sul davanti delle sue mutande per prendergli a coppa il membro mezzo eretto. "Andiamo baby, è passato troppo tempo."

"Abbiamo fatto sesso ieri." 

"Esatto. Ventiquattr'ore sono un sacco di tempo."

Derek si rotolò per ingabbiarlo sotto di lui e baciarlo. 

"Sei ridicolo." 

Stiles sorrise, cingendogli il collo con le braccia.

"Mi ami anche per questo."

"E tu te ne approfitti." 

Stiles gli avvolse le gambe in vita e con un colpo di reni invertì le posizioni. 

"Non abbiamo tempo da perdere con i nostri preliminari verbali, amore." Il mago afferrò la bacchetta con un ghigno malizioso, agitandola frettolosamente e recitando un incantesimo che Derek non aveva mai sentito prima. 

"Cos'hai appena fatto?" Chiese il lupo mannaro, studiando la stanza e il compagno in cerca di cambiamenti. 

Stiles si morse il labbro, arrossendo vistosamente. 

"Ho saltato la fase che ci separava dal divertimento." 

Derek spalancò la bocca. 

"Ti sei appena preparato usando la tua bacchetta?"

Stiles scoppiò a ridere per la scelta di parole.

"Cazzo. Ti è uscita proprio male. Ma sì." Confermò, alzando i fianchi per calare pantaloni e boxer. "Bisogna sempre essere preparati con te." Citó sarcastico. 

Derek gli afferrò la nuca per baciarlo. 

“Apprezzo lo sforzo. Ma mi piace quella parte.” Brontolò imbronciato, aiutando Stiles a togliersi i vestiti e liberandosi anche lui degli indumenti intimi. “Amo allungarti con le dita e vedere come ti fotti su di loro in attesa di prendere il mio cazzo.”

Stiles si inarcò, accogliendo il membro di Derek tra le natiche. 

“Merda. Se continui a parlare in questo modo, questo finirà ancor prima di iniziare.” 

Il lupo mannaro accennò una spinta sperimentale. 

“Non volevi che fosse veloce?” Canzonò Derek. 

Non così veloce.”

Derek sorrise, regolando le proprie spinte in base ai gemiti e agli ansiti che lasciavano la bocca implorante di Stiles. 

“Derek. Der, per l’amor di Merlino…” 

“Andiamo, baby. Vieni per me.” Incitò Derek con voce roca, masturbando il compagno al ritmo delle proprie spinte.

Il seme di Stiles schizzò sul suo stomaco, imbrattando la pelle arrossata e sudata. 

A Derek fu sufficiente annusare l’odore della soddisfazione nel profumo del compagno per cadere oltre il limite. 

Ad un passo dal crollare tra le coperte umide, Derek venne fermato da Stiles che nuovamente usò la sua bacchetta in modo creativo.

L’incantesimo fece svanire il pasticcio di liquidi che entrambi erano troppo stanchi per pulire e il quale avrebbe comportato un fastidioso risveglio l’indomani.

“Fai un uso davvero improprio della magia.” Constatò Derek.

Stiles rimboccò loro le coperte. 

“Sei solo invidioso della mia fantasia.” 

Il lupo lo zittì con un ultimo bacio, ricordandogli che dovevano dormire o domani sarebbero assomigliati a dei Dissennatori quando sarebbero dovuti andare a lavorare.

Stiles obbedì d’accordo, chiudendo gli occhi e scivolando in un sonno tranquillo, cullato dal ritmo del cuore del partner. 


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COWT-12 SETTIMA SETTIMANA - M4

PROMPT: Harry Potter

NUMERO PAROLE: 901

VALUTAZIONE: Gialla

AVVERTIMENTI: /

NOTA: Raccolta


L’idea di assistere alla finale della Coppa del Mondo di Quidditch fu di Stiles. 

“Consideralo un regalo di compleanno.” Dichiarò il giovane Auror, baciando la guancia barbuta del suo ragazzo. 

“Il mio compleanno è tra quattro mesi.” Ricordò Derek, nascondendo un sorriso mentre stringeva nella mano il proprio biglietto per la partita. 

“Per allora avrò pensato a qualcos’altro da darti per festeggiare.” Alluse l’altro, facendogli l’occhiolino.

Derek roteò gli occhi e poi lo strinse in un abbraccio, baciandolo fino a togliergli il respiro.

Adorava quell’idiota.

Stavano insieme da anni ormai, ma solo recentemente avevano iniziato a godersi la piena libertà della loro relazione.

Jennifer era morta. 

Peter stava scontando la sua pena ad Azkaban.

Voldemort era stato finalmente sconfitto per sempre. 

Harry Potter aveva vinto sul male nella battaglia di Hogwarts e il mondo magico poteva finalmente tirare un meritato respiro di sollievo. 

E seppur lentamente, il Ministero della Magia stava iniziando a vagliare leggi per i diritti dei magi e delle streghe licantropi.

Che fossero essi nati o morsi.

Derek e le sue sorelle avrebbero potuto camminare per le strade a testa alta, senza più doversi preoccupare di nascondersi.

Certo, i bigotti che li credevano mostri fuori controllo sarebbero sempre esistiti. 

Ma almeno adesso non sarebbero stati messi in gabbia a vista o soppressi come bestie. 

Parte del merito di questo enorme cambiamento era dovuto a Stiles. 

Da quando era divenuto Auror, iniziando a lavorare nel Dipartimento di Difesa contro le Arti Oscure, aveva fatto della lotta per i diritti dei licantropi uno dei propri obiettivi di vita. 

Insieme ad Allison, portavano avanti una campagna per l’uguaglianza che stava prendendo sempre più consensi. 

I due giovani erano determinati a concedere alle prossime generazioni un posto sicuro all’interno della comunità magica. 

Troppi licantropi avevano combattuto al fianco del Signore Oscuro solamente perché non avevano avuto altra scelta che schierarsi dalla sua parte. 

Troppe vite erano state perse nella battaglia. 

Era giunto il momento di commemorare il sacrificio dei caduti ricostruendo e imparando dai propri errori. 

Stiles teneva per mano Derek, trascinandolo su per le scale dello stadio.

“Muovi quel culo peloso, Derek. La partita sta per iniziare!”

“Di chi è la colpa se siamo in ritardo?” Brontolò l’altro, seguendolo obbedientemente fino ad uno degli ultimi anelli. 

Avevano perso tempo nella loro tenda a fare ‘voi sapete cosa’ con le loro ‘bacchette’

A nessuno dei due dispiaceva aver quasi rischiato di perdere l’inizio della partita. 

“Eccoli!!” Gridò eccitato Stiles, acclamando l’ingresso della prima squadra. 

I sette giocatori dell’Irlanda sfrecciarono attraverso una proiezione della loro mascotte saltellante, la quale si dissolse in una cascata di scoppiettanti scintille colorate.

Il capitano fece un numero pazzesco a cavallo della scopa, venendo lodato con un applauso generale. 

“Sei pronto a perdere, dolcezza?” Scherzò Stiles, sistemandosi la sciarpa grigio-verde al collo.

Sulle guance aveva due piccole bandiere dipinte degli stessi colori. 

Anche Derek ne aveva una sulla guancia sinistra, ma di colori differenti. 

Non era tipo da indossare abbigliamento da tifoso. 

Stiles lo sapeva bene.
Ma questo non lo fermò dall’insistere finché il lupo mannaro gli concesse di pitturargli una guancia. 

“Non venire a piangere da me quando ti faremo il culo.” Ribattè Derek, sentendo in lontananza col suo fine udito il sibilo dell’aria che precedeva l’arrivo della seconda squadra.

Kingsley Shacklebolt fece un breve discorso, raccomandandosi di assistere a un gioco pulti e augurando ad entrambe le squadre buona fortuna.

Le due squadre rivali si posizionarono nel campo e al fischio del via si scatenarono come api impazzite dietro la pluffa, schivando i bolidi che minacciavano di disarcionarli. 

I due cercatori schizzarono immediatamente alla ricerca del microscopico boccino. 

Derek e Stiles tifarono spingendosi spalla contro spalla giocosamente. 

“Ti manca?” Domandò diversi goal dopo Stiles, seguendo con lo sguardo uno dei due cercatori rincorrere la sua preda.

Derek alzò un sopracciglio, disorientato. 

“Cosa?”

“Il quidditch.” Chiarì l’altro. “Saresti potuto diventare un campione se la vita non fosse stata una tale stronza con te.”

Derek si appoggiò alla sbarra di metallo di fronte a lui, soppesando la domanda.

“È una parentesi di vita che ho archiviato.” Ammise sincero e senza rimpianti.

Una volta il sogno era stato quello di diventare il miglior cercatore del mondo.

Era un giovane promettetente e di talento, che aveva amato lo sport e la sana competizione.

Avrebbe voluto rendere orgogiosa la propria famiglia e vederla sedersi in tribuna per fare il tifo per lui.

Ma era stato molti anni fa. 

Un braccio di Stiles lo strinse in vita. 

“Avrei fatto il tifo per te.” Assicurò il mago con un caloroso sorriso. 

“L’ultima volta che ho giocato mi hai fatto la linguaccia dagli spalti di Serpeverde.” Ricordò con nostalgico affetto il lupo mannaro. 

“Avevo dodici anni, Derek!” 

“Undici.” Corresse l’altro. “E mi sopportavi a malapena.” 

Stiles alzò gli occhi al cielo. 

“Questo non è vero.”

Derek si chinò verso le labbra carnose del compagno per baciarlo. 

“Sono felice che le cose siano cambiate da allora.”

“Non farmi arrossire, Sourwolf. Il rosso sta male con i colori della mia squadra.” Brontolò Stiles imbarazzato. 

Derek sbuffò una risata, tornando a prestare attenzione alla partita. 

Le loro mani si trovarolo sulla balaustra di metallo, intrecciandosi. 

Qualsiasi squadra fosse stata annunciata come vincitrice il giorno dopo dalla Gazzetta del Profeta, non aveva importanza.

Derek e Stiles avevano già vinto il premio più prezioso di tutti.


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COWT-12 SETTIMA SETTIMANA - M4

PROMPT: Harry Potter

NUMERO PAROLE: 1228

VALUTAZIONE: Giallo

AVVERTIMENTI: Angst

NOTA: Raccolta


Jackson Wittemore era l’incarnazione del mago modello.

Figlio di buona famiglia, con genitori discendenti da due antiche linee di sangue magico, capitano della squadra di quidditch di Serpeverde e uno degli studenti migliori di Hogwarts. 

Tutto era perfetto nella sua vita, almeno finché non scoprì il gran segreto.

Era stato adottato. 

Lo scoprì durante la pausa invernale del suo quinto anno ad Hogwarts. 

Come al solito era tornato a casa per passare il Natale con i suoi genitori e partecipare all’usuale festa che organizzavano, alla quale sarebbero stati invitati i maggior esponenti del mondo magico. 

Tra cui il Ministro della Magia e Albus Silente. 

Jackson stava cercando suo padre per chiedergli non ricorda bene cosa, probabilmente il permesso per invitare qualche amico alla festa, quando aveva inavvertitamente finito per origliare la conversazione tra i suoi genitori. 

“Ogni giorno che passa assomiglia di più a suo padre.” Disse la signora Whittemore.

Jackson si fermò davanti alla porta semichiusa. 

C’era qualcosa nel tono della madre che impedì al petto del giovane di gonfiarsi con orgoglio. 

La donna sembrava infelice di quanto stava affermando. 

Perché avrebbe dovuto essere dispiaciuta che Jackson crescendo assomigliasse sempre più a suo marito? 

“Forse nell’aspetto. Quando lo guardo mi sembra che Gordon sia ancora vivo. Ma il carattere è assolutamente quello di Margaret.” Rispose malinconico il signor Whittemore. 

Jackson aggrottò la fronte in confusione. 

Chi diamine erano Gordon e Margaret

“Speriamo che questa somiglianza non si estenda anche ad altro.” Sospirò affranto suo padre. 

“David, tesoro, abbiamo cresciuto il ragazzo con sani principi da quando lo abbiamo accolto nella nostra famiglia.”

“Lo so, cara. Non ho dubbi sull’educazione che gli abbiamo impartito. Ma sai come dice il detto: una mela non cade molto lontano dal suo albero.”

“È un detto che non si adatta a nostro figlio.” Sostenne con convinzione la moglie. “Jackson non diventerebbe mai un Mangiamorte.” 

Jackson strinse la maniglia e spalancò la porta. 

“Che diavolo significa?” Ringhiò, squadrando i propri genitori raggelare di puro terrore. 

“Jackson, amore…”

“Non provare a rabbonirmi!” Abbaiò il ragazzo furioso. “Esigo immediatamente una spiegazione.” 

La donna sobbalzò sorpresa dal suo scatto d’ira, facendo un passo indietro intimidita. 

Jackson non aveva mai alzato la voce con i suoi genitori, li aveva sempre trattati con assoluto rispetto.

“Non parlare a tua madre in quel modo!” Ammonì il signor Whittemore. 

“Mia madre?” Derise Jackson, fissando glaciale l’uomo che lo aveva cresciuto. “Ho sentito tutto. Voi non siete i miei veri genitori, o sbaglio?” 

I signori Whittemore ebbero l’unica alternativa di raccontargli tutto.

Gordon e Margaret Miller erano i genitori biologici di Jackson.

Entrambi furono Mangiamorte e devoti al Signore Oscuro durante la Guerra tra Maghi. 

Guerra nella quale persero la vita e lasciarono il piccolo Jackson, di appena pochi mesi, orfano. 

David Whittemore e sua moglie decisero di adottarlo, in onore dell’amicizia che una volta legava il signor Whittemore e Gordon. 

Erano stati compagni di scuola, amici per anni. 

Gordon fu persino il testimone di nozze di David, ma poi il giovane mago smarrì la retta via, trascinandosi dietro la moglie, votando la propria bacchetta a Voldemort e ai suoi ideali. 

Il mondo di Jackson andò in frantumi quel giorno. 

Si era sempre sentito diverso, incline a commettere cattiverie o cedere al lato più tenebroso della propria anima. 

Il motivo era che fosse figlio di due Mangiamorte? 

Sarebbe anche lui diventato un mago malvagio? 

A nulla valsero tutte le rassicurazioni che i suoi genitori cercarono di dargli. 

Ti amiamo.

Sei nostro figlio.

Sei buono.

Non diventerai mai come i tuoi genitori.

Bugie, tutte dolci bugie che nascondevano la verità. 

Se davvero lo pensavano, perché erano stati così preoccupati mentre discutevano lontani da orecchie indiscrete?

Perchè non glielo avevano mai detto?

Jackson non gli aveva mai dato motivo di dubitare dell’affetto che nutriva per loro. 

Potevano non essere i suoi veri genitori, ma lo avevano cresciuto. 

Li amava. 

Per questo si setiva così tradito. 

Meritava di saperlo e non di scoprirlo in quel modo. 

Si chiuse in se stesso e passo la maggior parte del resto delle vacanze rintanato nella propria stanza.
Le lettere a cui avrebbe dovuto rispondere si accumularono sulla scrivania e rifiutò di vedere sia Lydia che Danny. 

Decise di passare il suo tempo libero ad indagare sui suoi veri genitori.

Voleva sapere tutto su di loro e non solo le informazioni che i Whittemore erano disposti a dargli. 

Magie Sinister sarebbe stato il luogo ideale dove cercarle.

Se volevi rintracciare informazioni sui maghi oscuri, dovevi pensare come loro e frequentare i posti che essi frequentavano. 

Un mago in particolare, un uomo dal volto sfigurato da brutte cicatrici di bruciature, gli diede le risposte che stava cercando. 

Il mago usava uno pseudonimo.

Si faceva chiamare Cenere. 

Jackson lo incontrò nel retro di Magie Sinister, dopo che il proprietario organizzò un incontro per lui.

Cenere gli raccontò la verità.

I genitori di Jackson erano stati assassinati ingiustamente. 

Durante il loro arresto, i Miller consegnarono volontariamente le bacchette e si offrirono di fornire informazioni su Voldemort in cambio di una pena più lieve che non comprendesse l’essere rinchiusi ad Azkaban. 

Nessuno voleva affrontare i Dissennatori.

Il Ministero accettò l’accordo, ma una volta avute le informazioni, inscenò la loro morte.

Accusarono il signor Miller di aver ucciso la moglie e poi essersi tolto la vita. 

Il signor Miller compì il delitto sotto la maledizione Imperius. 

E David Whittemore fu l’Auror che seguì il tragico caso. 

“E pensi che ti creda?” Schernì Jackson. 

Non era uno stolto.

Non si sarebbe fidato delle mere parole del primo sconosciuto a caso.

“Guarda con i tuoi occhi se non mi credi.” Dichiarò il mago, alzando una mano per far apparire un pensatoio. “Ero lì. Ho visto tutto.” 

Jackson immerse il viso nell’acqua senza esitare. 

Vide suo padre adottivo scagliare la maledizione senza perdono contro suo padre biologico e poi questo uccidere la propria moglie e togliersi la vita. 

“Ma allora perché mi hanno tenuto?” Pensò ad alta voce il ragazzo, ancora sotto shock. 

“La moglie di David è sterile.” Fece notare lo stregone col volto deturpato, scrollando noncurante le spalle. “Probabilmente hanno colto l’occasione al balzo.” 

Jackson vomitò in un angolo. 

Lui e il mago decisero di rimanere in contatto. 

C’erano ancora cose che Jackson voleva sapre.

Quando Jackson tornò ad Hogwarts, chiunque poteva notare il cambiamento.

Il ragazzo era sempre stato un po’ borioso e arrogante, alcuni lo consideravano uno stronzo totale, ma non era mai stato gratuitamente crudele. 

Ora invece non si faceva scrupoli a lasciarsi andare nel compiere cattiverie e il suo blando atteggiamento di bullismo verso le minoranze, quali mezzosangue per esempio, stava lentamente sfuggendo di mano. 

Nemmeno lo schiaffo che Lydia gli assestò nella Sala Grande davanti a mezza scuola riuscì a riportarlo in se stesso. 

Persino Danny, il mago più gentile di tutta Hogwarts, arrivò al punto di rottura e lo allontanò. 

Ma a Jackson non interessava. 

L’unica cosa a cui riusciva a pensare era quanto fosse arrabbiato. 

Non poteva far affidamento su nessuno.

Suo padre era un assassino e sua madre una bugiarda. 

Il Ministero era corrotto. 

E Albus Silente non era l’uomo buono che tutti credevano. 

Jackson sistemò la manica della camicia, nascondendo il marchio che ora era impresso sulla pelle dell’avambraccio.  

Avrebbe avuto giustizia. 

In un modo o in un altro. 


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COWT-12 SETTIMA SETTIMANA - M4

PROMPT: Harry Potter

NUMERO PAROLE: 922

VALUTAZIONE: Verde

AVVERTIMENTI: /

NOTA: Raccolta


Lydia Martin era una strega eccezionale a detta dei suoi insegnanti.

Non c’era materia in cui la giovane non eccellesse, che essa fosse Difesa contro le Arti Oscure oppure Erbologia.

Persino Divinazione, materia che tutti gli studenti deridevano e la quale nessuno sembra voler prendere sul serio, la ragazza la affrontava con dedizioso impegno. 

Anche se la odiava con ogni fibra del proprio essere.

Da persona razionale qual era, non riusciva a comprendere il senso dello studio di quella disciplina così astratta. 

Non apprezzava l’idea che il futuro fosse già scritto e inevitabile, e disprezzava chiunque facesse affidamento sulle predizioni, pagando il primo ciarlatano che billantava di saper leggere fondi di tè, carte o sfere di cristallo.

Lydia si chiedeva perchè Divinazone venisse ancora insegnata ad Hogwarts. 

Rispettava Albus Silente per essere uno stregone intelligente, perchè allora il preside si ostinava a voler mantenere quella disciplina dalle basi traballanti come materia di studi nella propria scuola? 

La professoressa Cooman aveva chiarito il primo giorno di lezione che senza il dono della Vista quel corso era praticamente inutile.

Ogni volta che Lydia sedeva in aula tra gli altri studenti per sentir parlare la donna, lo faceva soltanto per il bene della propria carriera scolastica. 

Voleva voti impeccabili e superare qualsiasi aspettativa i suoi genitori avessero.

Così magari finalmente si sarebbero accorti di lei. 

Quindi studiava a fondo il libro di testo, prendeva alla lettera qualsiasi indicazione che l’insegnante dava e si sforzava di non deriderla apertamente. 

Alcuni giorni era più facile di altri.

In particolare, diventava difficile trattenersi quando Stiles Stilinski e Scott Mccall sussurravano tra loro battute seduti al suo stesso tavolo. 

“Potreste almeno cercare di far finta di starvi impegnando?” Rimproverò, richiamando i due ragazzi all’ordine. 

“Oh andiamo. Sappiamo benissimo che nemmeno tu credi a queste cavolate.” Sbuffò scocciato Scott.

“Sei troppo intelligente per farlo.” Aggiunse adorante Stiles. 

Lydia alzò gli occhi al cielo. 

“Proprio per questo evito di deridere qualcuno che potrebbe sentirmi e mi applico nello studio di una delle materie dei nostri esami.” 

Come per magia - o semplicemente attratta dal loro confabulare - la Cooman si avvicinò al tavolo. 

“Signor Stilinski. Perché non ci dice cosa riesce a vedere nella sfera di cristallo?” 

“Fumo?” Ironizzò il ragazzo, facendo ridere mezza classe.

“Chiaramente lei non è dotato del dono della Vista.” La professoressa scosse la testa sconsolata. “Signorina Martin, vorrebbe provare?” 

“Non credo di essere pronta.” Rispose umilmente la giovane strega, cercando un modo per rifiutare gentilmente.

“Tentare non le nuocerà.” Spronò la donna. “Il peggio che potrà accaderle sarà di vedere del semplice fumo e scoprire finalmente qualcosa in cui non è portata.”

Lydia si accigliò alla velata frecciatina. 

Allungò le mani, posandole sul freddo e liscio vetro della palla, concentrandosi sul turbinio del fumo biancastro all’interno di essa. 

La stanza intorno a lei sembrò lentamente svanire, le voci farsi più flebili alle sue orecchie. 

Sbattè le palpebre confusamente, ritrovandosi all’interno di una foresta tenebrosa. 

Le sue gambe presero a muoversi da sole, conducendola nel folto del bosco fino al vecchio ceppo di un grosso albero. 

Una figura ammantata vi stava di fronte dandole le spalle, reggendo in mano un coltello che brillava al debole chiaror di luna. 

“È per un bene superiore.” Dichiarò chiunque fosse sotto il mantello scuro.

Legato sul ceppo, c’era un giovane che si dibatteva nei propri legami e ringhiava come una bestia inferocita. 

Aveva qualcosa di familiare che Lydia non riusciva a definire.

La sagoma scura iniziò a cantilenare, sollevando il proprio coltello. 

“Fermati!” Urlò una voce alle spalle di Lydia.

La ragazza si voltò, trovandosi faccia a faccia con Stiles.

Sangue colava sul viso del ragazzo da una ferita sulla fronte e un braccio penzolava mollamente contro uno dei fianchi.  

“Lascialo andare.” Ordinò il ragazzo con la bacchetta alzata. 

La risata beffarda della figura misteriosa raggelò il sangue di Lydia.

“Povero sciocco.” 

“Stiles, attento!” Gridò il tizio legato sul ceppo. 

Avada Kedavra!”

Un lampo di luce verde la accecò. 

Lydia sobbalzò, ritraendo di scatto le mani dalla sfera. 

“Lydia, stai bene?” Domandò Scott, guardandola preoccupato. 

Lydia annuì semplicemente, sicura che se avesse provato a parlare la sua voce sarebbe uscita tremolante.

La Cooman scansò il ragazzo di mezzo, mettendosi di fronte alla giovane strega ancora scossa. 

“Cosa hai visto?” 

“Niente.” Rispose di getto Lydia. “Solo fumo.” Mentì, ricomponendosi.

L’insegnante la studiò in silenzio per un lungo istante, poi le poggiò una mano sulla spalla, esprimendo il proprio dispiacere per la sua mancanza di dote, procedendo verso il prossimo tavolino e altri studenti. 

“Sicura di stare bene?” Chiese Stiles sottovoce.

“Benissimo.” Rimarcò Lydia, ignorando gli sguardi del resto della classe. 

“Che diavolo è successo prima? Sembravi quasi in tranche.” 

“Non è successo nulla.” Ribattè elusiva. “Ho provato a recitare, ma poi mi sono resa conto che la Cooman non mi avrebbe creduto.” 

“Bhe, sembravi abbastanza convincente.” Assicurò l’altro, continuando a guardarla sospettosamnte per il resto della lezione. 

Lydia si interrogò per giorni sulla visione. 

La Divinazione non era una disciplina esatta e lei non possedeva il rarissimo dono della Vista come la Cooman o la sua famosa antenata.

Ciò che aveva visto nella sfera di cristallo era solo frutto di suggestione e stanchezza dovuta al troppo studio per i G.U.F.O. 

Nulla di tutto ciò si sarebbe avverato, giusto?

Tornò alla tranquilla vita di Hogwarts convincendosene ostinatamente, combattendo per ignorare le voci che presero a sussurrare infide alle orecchie, fino a farle credere di essere diventata pazza. 

Soltanto in futuro imparò quanto sbagliava nel non dare loro ascolto. 


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COWT-12 SETTIMA SETTIMANA - M4

PROMPT: Harry Potter

NUMERO PAROLE: 862

VALUTAZIONE: Verde

AVVERTIMENTI: /

NOTA: Raccolta


La campanella avvertì il vecchio negoziante dell’ingresso del suo nuovo cliente. 

Olivander accolse l’esitante ragazzino e suo padre con un calmo sorriso. 

“Ah, Noah.” Salutò il fabbricante di bacchette, riconoscendo l’Auror. “Qual buon vento ti porta qui oggi?” 

“Mio figlio Stiles deve scegliere la sua bacchetta.” Spiegò il mago, incoraggiando il giovane a farsi avanti. 

Il ragazzino aveva un simpatico nasino all’insù, un pallido viso punteggiato da nei e due grandi occhi curiosi che si muovevano nervosamente per tutto il negozio. 

Tutto il suo piccolo corpo sembrava fremere di energia repressa e magia pronta ad esplodere. 

“È già il momento?” Chiese gioviale Olivander muovendosi tra gli stracolmi scaffali, soppesando le scatole polverose sui ripiani. “Sembra soltanto ieri che tu e Claudia siete venuti a cercare la vostra.” 

Noah Stilinski ridacchiò. 

“Il tempo passa in fretta.” Dichiarò malinconico, ripensando ai bei vecchi tempi. 

Il suo primo incontro con sua moglie fu proprio in quella bottega.

Erano così giovani, entrambi studenti del primo anno venuti a scegliere la propria bacchetta.

Noah era da solo. 

Il consulente scolastico che lo aveva in carico sarebbe ripassato tra qualche ora a prenderlo davanti alla Gringott, quando il giovane avrebbe finito di fare i suoi acquisti a Diagon Alley. 

I genitori di Noah erano babbani e bigotti. 

Avevano immediatamente chiarito che non lo avrebbero supportato in nulla quando Noah ricevette la propria lettera da Hogwarts. 

Secondo loro era già tanto se gli avrebbero permesso di tornare a casa per l’estate. 

Claudia invece era accompagnata da suo nonno, un simpatico vecchio stregone dai modi gentili e il contorto senso dell’umorismo. 

Olivander aveva proposto diverse bacchette ai due ragazzini, finché entrambi non avevano trovato quella per loro più appropriata. 

Cipresso e nucleo di crine d’unicorno, per Noah. 

Corniolo e corda di cuore di drago, per Claudia.

Ad Hogwarts i due ebbero la sfortuna di essere smistati nelle casate con la rivalità più ferrea di tutta la scuola: Grifondoro e Serpeverde. 

Questo non fermò però Noah dal dedicarsi a una corte sfrenata quando realizzò i propri sentimenti per la ragazza. 

Claudia ricambiò le sue attenzioni quando ebbe prova che Noah era davvero serio nel suo intento, ben dopo i tempi di Hogwarts.
Avvenne in circostanze oscure di cui nessuno dei due ama particolarmente parlare.
L’Oscuro Signore era ancora vivo e il terrore serpeggiava ancora per le strade. 

“Ecco.” Dichiarò Olivander, porgendo al figlio di Noah la prima bacchetta.

Stiles prese in mano il pezzo di legno, corrucciando la fronte. 

“Non mi piace.” Brontolò, rimettendola immediatamente nella scatola. 

“Non l’hai nemmeno agitata.” Fece notare pazientemente il genitore. 

“Ma papà, punge.” 

“Abbiamo un giovane sensibile qui.” Constatò Olivander, proponendo la prossima bacchetta. 

Stiles la prese in mano con diffidenza, agitandola frettolosamente.

La cravatta di suo padre prese fuoco. 

Decisamente non questa.” Affermò l’Auror, togliendosi i resti carbonizzati dell’accessorio dal collo. 

Il ragazzino abbassò la testa colpevolmente. 

Olivander presentò diverse bacchette al maghetto, ma nessuna di esse sembrò catturare il suo interesse e la maggior parte scatenò piccoli incidenti ai quali Noah si affrettò a rimediare.

Frustrato, Stiles strappò l’ennesima bacchetta dalle mani del negoziante.

Fu immediatamente chiaro a tutti che finalmente avevano trovato quella giusta.

Il ragazzino che, fino a un secondo prima era stato sull’orlo di un attacco isterico, si calmò immediatamente.

“È questa.” Proclamò Stiles con decisione, accarezzando quasi dolcemente il legno stretto tra le dita. 

Il manico nodoso si adattava alla perfezione alle pieghe del suo palmo e la bacchetta gli trasmetteva una sensazione di completezza che mai aveva provato prima. 

“Legno di frassino e crine di unicorno. Sarà un’ottima compagna per te, ragazzo.” Attestò il fabbricante di bacchette. “Bacchette del genere restano fedeli al loro proprietario per la vita e generalmente sono anche le più difficile da convertire alle Arti Oscure.”

Noah tirò un silenzioso sospiro di sollievo mentre Stiles sorrideva, cullando la bacchetta al petto. 

Olivander augurò al ragazzo buona fortuna, lasciando che lui e suo padre uscissero per continuare i loro acquisti.

“Qual è il prossimo della lista?” Domandò Noah, camminando per Diagon Alley al fianco del figlio. 

Stiles studiò la lista sulla pergamena. 

“Un calderone in peltro, misura standard 2.” Informò, fermandosi di fronte alla vetrina del negozio di articoli sportivi, ammirando sognante i manici di scopa esposti. 

“Quelli non sono permessi al primo anno.” Ricordò l’Auror, cingendo le spalle del figlio con un braccio. 

Stiles roteò gli occhi. 

“Lo so.” Sbuffò. 

“Su, ragazzo. Avrai la tua personale scopa quando avrai imparato a non schiantarti.” 

“Farò prima a diplomarmi allora.” Borbottò il giovane mago, facendo ridere il genitore.
Stiles ancora adesso riusciva ad andare a sbattere contro i muri quando doveva usare una bicicletta, scordando quale fosse il freno posteriore - e inevitabilmente usando quello anteriore, impennandosi - o distraendosi a guardare qualcosa. 

Figuriamoci cosa sarebbe stato in grado di fare in sella a una scopa. 

Stiles sperava che volare gli venisse più facile.

Sarebbe stato imbarazzante spiaccicarsi contro uno dei solidi muri del castello di fronte agli occhi divertiti di tutta la classe.

“Tutti gli Stilinski sono dei naturali nel volo. Te la caverai benissimo.”  Rassicurò Noah, sospingendo il figlio verso la loro prossima meta. 


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COWT-12 SETTIMA SETTIMANA - M4

PROMPT: Harry Potter

NUMERO PAROLE: 830

VALUTAZIONE: Verde

AVVERTIMENTI: /

NOTA: Raccolta


La stazione di King’s Cross era caotica.

Un formicaio brulicante di vita, pieno zeppo di babbani e maghi in quel periodo dell’anno.

Muoversi con un pesante carello ricolmo di bagagli, facendo lo slalom tra la massa di gente che frenetica correva verso i treni in partenza, non era un compito facile. 

Ma Stiles fortunatamente non era solo nella faticosa impresa. 

Con suo padre a guidarlo, raggiunse rapidamente l’ingresso del binario 9 e ¾, fissando ansioso il muro di mattoni di fronte a loro.

Due ragazzi, che dall’aspetto dovevano essere fratello e sorella, si lanciarono con uno svolazzar di sciarpe colorate verso il pilastro, scomparendo oltre di esso. 

“Vedrai che Hogwarts ti piacerà.” Assicurò Noah Stilinski, stringendo rassicurante la mano sulla spalla del figlio.

Stiles si aggrappò al pesante carrello, annuendo nervosamente. 

Roscoe, il vecchio gufo mezzo matto di sua madre, si agitò nella gabbietta argentata.

Il giovane mago chiuse gli occhi, prendendo la rincorsa. 

Quando quell’estate Stiles ricevette la lettera da Hogwarts, fece i salti di gioia.

Finalmente avrebbe imparato a lanciare incantesimi, creare pozioni, trasmutare cose, ma soprattutto non sarebbe più stato un escluso, come lo era nella piccola cittadina di babbani in cui viveva da sempre. 

Si sarebbe fatto degli amici, avrebbe dimostrato di poter essere uno studente brillante e un giorno sarebbe diventato un famoso Auror come suo padre. 

Stiles aveva impresso a fuoco nel cuore lo sguardo di puro orgoglio che quella giornata entrambi i suoi genitori gli avevano rivolto. 

Ora però, dopo che le condizioni di sua madre erano peggiorate per la maledizione che l’affliggeva da tempo ormai, andare ad Hogwarts comportava per Stiles più un dovere che un piacere.

Hogwarts era fonte di conoscenza e credeva di trovarvi una cura.  

Noah stava facendo di tutto per scovare un rimedio per spezzare la tremenda maledizione che lentamente stava distruggendo la sua adorata Claudia. 

Aveva smosso mari e monti, fatto appello a qualsiasi privilegio la posizione di Auror comportasse, chiesto favori, ma finora nessuno dei suoi sforzi aveva prodotto un risultato.

Le condizioni di Claudia si stavano aggravando e lei diventava con il passare dei giorni sempre più assente e instabile

Un eco della meravigliosa strega e amorevole madre che era. 

Mentre faceva shopping con suo padre a Diagon Alley, Stiles si ripromise di frugare in ogni libro della biblioteca di Hogwarts.
Anche quelli della fantomatica sezione proibita

La paura delle ripercussioni di trasgredire le regole non era minimamente paragonabile al terrore di perdere sua madre.

Se necessario, sarebbe andato direttamente da Albus Silente. 

Il potente stregone e preside della più rinomata Scuola di Magia e Stregoneria del mondo, colui che aveva combattuto contro Il Signore Oscuro, avrebbe sicuramente saputo come aiutarlo.

O almeno è quello che in cuor suo ardentemente sperava. 

Stiles trasalì appena superando il muro magico che conduceva al treno a vapore per Hogwarts.

Streghe e maghi si agitavano eccitati sul binario, chi salutando i familiari, chi abbracciando gli amici da cui erano stati separati durante l’estate.  

Suo padre lo aiutò a caricare il baule, Roscoe e il resto delle sue cose nella carrozza bagagli, poi Stiles fu trascinato in un abbraccio stritolante quando giunse l’inevitabile momento dei saluti. 

“Ricordati di scrivere.” Si raccomando amorevolmente il genitore.

“Certo papà.” Rispose Stiles, sfoggiando un perfetto falso sorriso di repertorio. 

In alcun modo lo avrebbe fatto preoccupare. 

Suo padre aveva già abbastanza problemi a cui pensare. 

Stiles salì sul treno per cercare un posto a sedere, studiando incuriosito ogni singola carrozza che superava nel processo.

La maggior parte dei vagoni sembrava già essere al completo. 

Cori di risate e sventolii di bacchette ronzavano tutto intorno a lui. 

Tentò di entrare in una carrozza occupata da quelli che sembravano primini come lui, ma uno di questi si alzò e con un ghigno strafottente lo spinse fuori, dichiarando velenosamente che non avrebbero condiviso l’aria con la feccia. 

Mezzosangue. Lo apostrofarono i suoi compagni.

Stiles li odiò immediatamente e pregò di non ritrovarsi nella loro stessa casata. 

Contrariamente a quello che quegli stupidi potevano pensare, non era un mezzosangue.

Entrambi i suoi genitori erano praticanti magici e sua madre discendeva da una famiglia molto antica. 

L’insulto non lo toccava minimamente, ma odiava quella cerchia di streghe e maghi snob che si sentivano superiori al resto della popolazione magica vantandosi del loro retaggio. 

Stiles sbuffò, fermandosi per sbirciare dalla finestrella di una delle poche porte chiuse del corridoio, riconoscendo i due ragazzi che lo avevano preceduto sul binario quella mattina.

La ragazza indossava i tipici colori di Grifondoro, l’altro quelli di Tassorosso. 

Lei doveva essere all’ultimo anno, mentre l’altro sembrava poco più giovane. 

Stiles notò che a parte i due sedili occupati da loro, il resto dei posti sembrava libero. 

Facendosi coraggio, allungò una mano tremante verso la maniglia. 

Il ragazzo si girò verso di lui prima che riuscisse ad aprire completamente la porta, folgorandolo con uno sguardo omicida.

Stiles ritrasse prontamente la mano, voltandosi rapidamente per fuggire. 


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COWT-12 SECONDA SETTIMANA - M1

PROMPT: Punto di non ritorno

NUMERO PAROLA: 7850

RATING: Arancione

ATTENZIONE: Angst

NOTA: Hogwarts Au

Il piccolo Serpeverde stava salendo le scale, calpestando i gradini di marmo antico con rabbia, quasi come se lo avessero offeso personalmente. Diventare un mago doveva essere l’esperienza migliore della vita di Stiles, oltre che la soluzione ad ogni suo problema. Invece finora si era rivelata solo un’enorme delusione. Quando quell’estate aveva ricevuto la lettera da Hogwarts che lo aveva riconosciuto come un mago - non che ci fossero molti dubbi, i bambini babbani non facevano volare stoviglie quando erano sovrappensiero o esplodere lampadine se il loro malumore andava alle stelle - era stato entusiasta. Hogwarts significava magia. Magia significava potere. E potere significava avere la capacità di cambiare le cose. Probabilmente era stata quella smania di conoscenza e potere a far prendere la decisione al cappello parlante di smistarlo in Serpeverde, invece che spedirlo in Grifondoro insieme all’altro simpatico ragazzino con la mascella storta e gli occhi da cucciolo, che lo aveva aiutato a rialzarsi qualche secondo prima quando era inciampato nella propria toga cercando di salire i pochi gradini che lo allontanavano dal seggio, scatenando un coro di risate. Stiles non si era mai chiesto quali fossero state le ragioni che lo avevano portato nella casata che ormai lo ospitava da quasi un mese. Il suo unico pensiero dal suo primo giorno, era stato quello di trovare un incantesimo o simili in grado di salvare ciò che di più caro al mondo aveva. Probabilmente era stato fin troppo ingenuo nello sperare che fosse sufficiente venire ad Hogwarts per trovarlo. Finora tutto quello che aveva guadagnato dalla sua ricerca erano stati inutili sguardi carichi di compassione da parte dei magi e delle streghe a cui si era rivolto in cerca di aiuto. La magia non è onnipotente, ragazzo. Soleva ricordare suo padre ogni qualvolta gli aveva chiesto in passato, con l’innocenza di un bambino ammaliato dalle mille possibilità di possedere una bacchetta magica, perché non potesse fare una certa cosa per accontentare la sua curiosità. Le bacchette magiche erano un mezzo e la magia il loro carburante e, proprio come una macchina nella quale va inserita della benzina per funzionare, una bacchetta senza il giusto quantitativo di magia era più simile a un bastoncino di legno che a un potente strumento magico. Potevi compiere meraviglie, forse avere l’illusione di concretizzare l’impossibile, ma vigevano delle regole e dei limiti che nemmeno i più potenti maghi della storia o alchimisti erano riusciti a superare. Possedere una bacchetta magica nella vita quotidiana era sicuramente una comodità, anche se praticare un incantesimo incautamente - giusto perchè volevi facilitarti la vita - poteva causare seri guai quando abitavi in una piccola cittadina costituita dal novantanove per cento da babbani. Stiles non aveva mai compreso la decisione dei suoi genitori di vivere nel mondo babbano invece che in quello magico. Poteva capire suo padre, che era nato in una famiglia interamente babbana e aveva vissuto buona parte della sua vita facendo a meno della magia, nascondendo la sua natura. Svolgere i normali compiti quotidiani contando unicamente sulle proprie forze era una vecchia abitudine che fortunatamente non aveva mai perso, perciò non aveva faticato ad inserirsi nella comunità. Sua madre al contrario era l’ultima strega di un’antica linea di sangue, per lei la bacchetta era un’estensione naturale del braccio. Adattarsi a un nuovo stile di vita non era stato facile e ancora oggi ogni tanto dimenticava dove si trovava - alcuni giorni più di altri - e lanciava un incantesimo incurante di occhi indiscreti. Come facevano a non sentirsi costantemente fuoriposto? Come riuscivano ad ignorare gli sguardi sbiechi e i sussurri che si scambiavano la persone del vicinato quando li notavano camminare per strada? Era un argomento spinoso che i suoi genitori non amavano affrontare. Le domande a tal proposito sarebbero state sempre evitate abilmente con palese nervosismo. In ogni caso la magia non era la risposta a tutto, Stiles lo stava imparando meglio ogni giorno che trascorreva in questa scuola. Un incantesimo poteva far fluttuare un oggetto, ma il suo peso non sarebbe variato nell’effettivo e tu non avresti potuto mantenere quell’oggetto sospeso in eterno. Una pozione poteva accelerare il processo di guarigione di un osso rotto, alcune potevano anche allungare la durata di vita di una persona, se eri disposto a pagare il giusto prezzo. Ma non potevano rimandare l’inevitabile per sempre. Quindi il suo problema persisteva e il tempo a sua disposizione per scovare una soluzione era ormai agli sgoccioli. Motivo per cui dopo le lezioni si stava aggirando con frustrazione nel castello in cerca di non si sa bene cosa. Finchè non si imbatté in una porta al settimo piano che era sicurissimo non fosse mai stata lì prima. Stiles si fermò incuriosito dinanzi al grande misterioso portone palesatosi dal nulla. Guardò a destra e sinistra per vedere se ci fosse qualcun’altro nelle vicinanze prima di scrollare le spalle e decidersi ad entrare per dare una sbirciatina. Non aveva idea di cosa si stesse immaginando di trovare di così strabiliante e insolito là dentro, ma di certo non si aspettava un normale salotto, più piccolo addirittura della sala comune della sua casata. Le pareti della stanza erano coperte da librerie ricolme di libri, due divanetti disposti dinanzi a un caminetto acceso e scoppiettante, un unico tavolino tra essi con un grande tappeto a ricoprire il pavimento. “Che ci fai qui?” Interruppe la sua ispezione una voce infastidita. Un ragazzo più grande - doveva avere circa quindici o sedici anni e dai colori della sua cravatta Stiles poteva dedurre che fosse un Tassorosso - lo stava fissando accigliato, stravaccato su uno dei divanetti e reggendo in mano un libro dalla copertina consunta. “Io…” Iniziò esitante a rispondere, intimidito dal suo sguardo. “Cercavo il bagno.” Mentì, considerando se fosse meglio girarsi per scappare a gambe levate. Il Tassorosso non aveva molto l’aria di qualcuno che apprezzava l’essere disturbato mentre ovviamente stava tentando di rilassarsi in santa solitudine. Il ragazzo abbassò lo sguardo nuovamente tra le pagine. “Probabilmente lo avresti trovato se fosse stato quello che stavi realmente cercando.” Bofonchiò enigmatico. Stiles aggrottò la fronte, osando un passo avanti nella sua direzione. “Che intendi dire?” Sapeva che la sua bugia era stata scarsa e facilmente individuabile, ma il modo in cui l’altro mago aveva risposto con quella frase, lo stava insospettendo che ci fosse qualche sottotesto nascosto in essa. L’adolescente - con il paio di sopracciglia più espressive che Stiles avesse mai visto - tornò ad osservarlo, questa volta sembrando più annoiato che omicida. “Sai almeno dove ti trovi?” “In un salotto?” Dichiarò Stiles banalmente. “Questa è la Stanza delle Necessità.” Spiegò l’altro, rispondendo alla sua palese ignoranza. La bocca di Stiles si spalancò sbalordita. Ovviamente conosceva la Stanza delle Necessità. Ne aveva sentito parlare dai suoi genitori in precedenza. Era una delle tante misteriose stanze nascoste nel castello che ogni anno gli studenti facevano a gara per scovare. Nessuno però sapeva dove si trovasse o come vi si accedesse. L’unica informazione certa su di essa era il suo scopo: fornire al suo ospite ciò di cui aveva bisogno quando la stava cercando. Ma nemmeno la formidabile Stanza delle Necessità aveva il potere di dare a Stiles quello che desiderava ardentemente trovare. Perché ciò che Stiles stava cercando non esisteva. Se lo era sentito ripetere fin troppe volte negli ultimi giorni e anche se in cuor suo non voleva arrendersi, stava inconsciamente cominciando a convincersene. “Qui dentro non può esserci quello che sto cercando.” Sospirò frustrato. “Evidentemente la stanza deve aver pensato il contrario.” Sentenziò con disinteresse l’altro. Stiles strinse i pugni, cercando di ignorare il pizzicore agli occhi. "Beh, allora questa stanza è stupida.” Sputò velenosamente, voltandosi per andarsene prima di iniziare a piangere davanti a un perfetto sconosciuto. Quella sera, raggomitolato nelle coperte e con le guance ancora sporche dal sale delle lacrime, Stiles strinse al petto una foto che ritraeva lui con i suoi genitori ad un parco divertimenti, chiedendosi silenziosamente dove avrebbe trovato il coraggio e la forza di rassegnarsi all’imminente morte di sua madre. *** Stiles non comprendeva come funzionasse la Stanza delle Necessità. Il giorno seguente alla sua scoperta, colto dal dubbio che forse avrebbe dovuto cercare meglio all’interno della sala per qualche miracoloso rimedio al suo problema prima di arrendersi, si era recato al settimo piano per vedere se la porta fosse ancora lì, trovando il muro del corridoio perfettamente sgombro. Aveva provato tutto quello che gli era passato per la testa - compreso sventolare la bacchetta urlando ‘apriti sesamo’ per pura disperazione - ma ogni tentativo era stato vano. La stanza non era riapparsa. E così era stato il giorno dopo e quello dopo ancora. In compenso però aveva scoperto chi fosse il misterioso Tassorosso con cui aveva interagito. Il suo nome era Derek Hale, frequentava il quinto anno ed era il fratello minore di Laura Hale, prefetta di Grifondoro. Hale era un cognome famoso e rispettato nel mondo magico. Gli Hale erano una famiglia numerosa e potente, di origini antiche e che vantava alcuni dei migliori maghi del paese. La loro famiglia era tra quelle che si era opposta apertamente al Signore Oscuro, combattendo in prima linea nella Prima Guerra tra maghi. Si vociferava addirittura che fossero stati decisivi per la vittoria. In verità c’erano anche un sacco di altre voci in giro su di loro, non tutte molto lusinghiere e alcune decisamente oscure. Sia Derek che Laura sembravano rispettare le aspettative derivate dal loro lignaggio. Erano entrambi studenti impeccabili, oltre che atleti formidabili. Derek era stato definito uno dei migliori Cercatori che Hogwarts avesse mai visto nell’ultimo secolo e puntava ad essere convocato per il campionato Internazionale di Quidditch. Mentre Laura era la prima della sua classe di Trasfigurazione ed aveva passato i suoi G.U.F.O a pieni voti l’anno prima. Sarebbe sicuramente diventata un ottimo Auror, proprio come sua madre Talia. Stiles si ricordava di lei come di una donna bella e gentile. L'aveva vista una volta quando suo padre lo aveva portato con sé al Ministero della Magia. Talia Hale gli aveva offerto un pacchetto di gelatine tutti i gusti+1, facendogli compagnia mentre suo padre era impegnato in un interrogatorio. Suo padre gli aveva confidato più tardi quel giorno, che la donna non era solo straordinariamente gentile, ma anche una delle streghe più formidabili che avesse mai conosciuto. Gli Hale sembravano sotto ogni punto di vista persone eccezionali. Derek era inoltre, per conoscenza di Stiles, l'unica persona che sapeva come accedere alla Stanza delle Necessità. Probabilmente avrebbe potuto chiedere al ragazzo di mostrargli come fare, ma dubitava che gli avrebbe dato retta. Nessuno dal terzo anno in su degnava un primino di attenzione. Per questo decise di tenerlo d'occhio. Prima o poi Derek sarebbe dovuto tornare nella Stanza delle Necessità, suppose, e lui avrebbe colto l’occasione per capire come accedervi. Dover pedinare il ragazzo più grande nel proprio tempo libero era un piccolo prezzo da pagare. Gli sforzi di Stiles vennero ricompensati una settimana dopo circa. Stiles era seduto nella Sala Comune al fianco di Scott Mccall. Il giovane Grifondoro era divenuto il suo migliore amico nelle ultime settimane e ora erano inseparabili. Stiles stava facendo finta di finire compiti che aveva già bellamente svolto per tenere d'occhio Derek, quando il Tassorosso si era alzato e aveva salutato il suo gruppo chiassoso d'amici, avviandosi verso l’uscita. Stiles non aveva perso tempo a preoccuparsi di recuperare le sue cose. Era sfrecciato dietro Derek abbandonando libri e pergamene dov'erano, confidando nel fatto che Scott se ne sarebbe preso cura per lui. Quando Stiles aveva visto Derek imboccare la rampa di scale per il settimo piano, aveva esultato, sapendo perfettamente dove si stavano dirigendo. Stando attento a non farsi notare, Stiles si nascose dietro una colonna, studiando attentamente cosa avrebbe fatto l'altro ragazzo. Derek si fermò davanti al muro dove avrebbe dovuto esserci la porta, inclinando leggermente la testa in una posizione che ricordò a Stiles un cane che ascoltava un rumore in lontananza, poi si era raddrizzato come se nulla fosse e si era messo a camminare avanti e indietro. Una… due… tre volte. Conteggiò mentalmente Stiles. Infine si era fermato nuovamente, chiaramente in attesa che succedesse qualcosa. Lentamente, dal muro cominciò ad apparire la tanto agognata porta. Derek aspettò a malapena che si fosse materializzata prima di aprirla e sgattaiolare all'interno della stanza. La porta iniziò a scomparire nell'istante esatto in cui Derek sparì al suo interno. Stiles si prese qualche minuto per considerare il prossimo passo. Aveva due alternative: provare ad entrare subito nella stanza e ignorare lo sguardo assassino di Derek mentre frugava in giro o tornare in un secondo momento, evitando così l'altro ragazzo. Stiles decise di poter sopportare qualche occhiataccia mortale per un bene superiore. Dopotutto aveva già perso abbastanza tempo. Quando Stiles entrò, Derek era esattamente nello stesso posto in cui lo aveva trovato la prima volta. Di nuovo qui? Sembrava domandare lo sguardo che gli rivolse con quel sopracciglio perfettamente arcuato. Stiles scrollò le spalle, ignorandolo in favore di mettersi a cercare quello per cui era venuto. Due ore più tardi, avendo messo a soqquadro praticamente l’intera stanza, Stiles si arrese con frustrazione. “Dannazione!” Esclamò, lanciando uno dei tanti libri che aveva precedentemente esaminato. “Non prendertela con i libri.” Rimproverò severamente Derek dal suo posto sul divano. Stiles lo folgorò con uno sguardo in tutta risposta. “Si può sapere cosa diamine stai cercando?” Chiese l’altro per nulla impressionato. “Non sono affari che ti riguardano.” Scattò prima che potesse ragionevolmente mordersi la lingua. “Peggio per te.” Controbattè burberamente Derek, stizzito dal suo comportamento astioso. “Avrei potuto darti una mano.” “Tanto non c’è nulla da trovare!” Affermò acidamente, il petto che veniva stretto in una morsa man mano che anche l’ultima speranza che aveva avuto gli si sgretolava tra le dita. “È tutto inutile.” Ansimò in mancanza d’aria. “Stai bene?” Domandò preoccupata la voce del Tassorosso. Stiles vacillò sulle sue gambe, crollando in ginocchio. Come mai la stanza aveva preso a ruotare? La testa iniziò a pulsare dolorosamente al ritmo del suo battito cardiaco in crescente ascesa. L’unica cosa a cui riusciva a pensare era che non c’era nessun rimedio. E non aveva più tempo. Non avrebbe potuto fare nulla. “Respira.” Spronò duramente qualcuno al suo fianco che la sua coscienza stava faticando a mettere a fuoco. Mani delicate ma sicure lo presero per le braccia, sollevandolo per trascinarlo su qualcosa di più morbido rispetto al freddo e polveroso pavimento. “Stiles, respira per favore.” Riprovò la voce, questa volta vacillando per il panico. Stiles provò a fare come gli veniva detto, anche se ogni respiro minacciava di soffocarlo più che aiutarlo. L’importante era continuare a farlo, no? Si sentiva un po’ confuso, ma era sicuro che se avesse smesso di respirare, a un certo punto sarebbe sopraggiunta la morte. Era così che funzionava il corpo umano. “Inspira.” Continuò a guidare la voce, di nuovo in controllo. “Conta fino a cinque… così, bravo. Ora espira. Sì, va bene. Ora di nuovo.” Lentamente e faticosamente, Stiles fu nuovamente capace di respirare correttamente. Quando si fu ripreso a sufficienza da essere parzialmente coerente, notò di essere seduto su uno dei due divani, stretto nientemeno che tra le braccia di Derek Hale, poggiato con la schiena contro il petto dell’adolescente. “Grazie.” Riuscì a gracchiare stancamente in un colpo di tosse. Derek sospirò contro la sua nuca. “Non farlo mai più.” “Fidati amico, se posso lo eviterò totalmente.” Promise abbozzando un piccolo sorriso. Gemette, tentando di rimettendosi in piedi e riuscendoci a malapena. Gli dolevano i muscoli come se avesse corso una maratona. “Forse dovrei tornare al mio dormitorio.” Soppesò ad alta voce. “Sicuro di riuscire a raggiungerlo?” Chiese Derek, neanche una goccia di scherno nella sua voce, solo sincera preoccupazione per le sue attuali condizioni. “Non trattarmi come un bambino.” Protestò, alzando il mento con orgoglio. Derek gli sorrise, le sue labbra che si schiudevano a mostrare un paio di simpatici denti da coniglio. “Ma lo sei.” “Per tua informazione, tra qualche mese compirò dodici anni.” ‘Qualche’ in realtà erano più di cinque, ma questo Derek non era tenuto a saperlo. “Oh, questo cambia tutto.” Derise giocosamente l’altro. “Sul serio però, pensi di farcela?” “Certo.” Assicurò, scavalcando una piccola pila di libri per terra, riuscendo miracolosamente a non inciampare nel processo. “Probabilmente dovrei mettere a posto questa stanza prima.” “Lascia perdere. Ci penserà da sola.” Gli ricordo Derek. “Oh, giusto. Stanza magica, me ne ero quasi dimenticato.” Farfuglio imbarazzato. “Ok, ci vediamo in giro allora. Credo. Si insomma, ciao.” Derek scosse la testa divertito. “Ciao Stiles. Fa attenzione alle scale, a loro piace cambiare.” Stiles alzò gli occhi al cielo. “Lo so benissimo. È stata una delle prime cose su cui ci hanno messo in guardia quando siamo arrivati!” La risata soffocata di Derek lo accompagnò mentre usciva dalla stanza facendo svolazzare la sua toga. Soltanto più tardi, quando Scott venne a restituirgli le sue cose per chiedergli come era andata, dovendo raccontargli l'accaduto Stiles realizzò che Derek Hale lo aveva chiamato per nome senza che lui si fosse mai presentato. *** “Quel piccolo Serpeverde ti sta fissando.” Informò sua sorella sedendosi al suo fianco al tavolo. “Ignoralo.” Era quello che stava facendo Derek da un paio di giorni, da quando si era accorto del ragazzino che lo seguiva in giro pensando di essere discreto. “È adorabile.” Commentò Laura civettuola. “Secondo me ha una cotta per te.” Derek roteò gli occhi. “Non ha una cotta. Mi sta solo tenendo d’occhio perché spera che gli mostri come accedere alla Stanza delle Necessità.” "Perché pensa che potresti aiutarlo?” “Sa che so come farlo. Mi ha trovato lì qualche giorno fa.” Le spiegò. “Credo sia riuscito ad entrarvi per puro caso.” Era giunto a quella conclusione unicamente perché il bambino era sembrato sincero quando non aveva avuto nemmeno idea di dove si trovasse, scambiando la stanza magica per un mero salotto. “Perchè non lo aiuti allora?” Domandò Laura incuriosita, offrendogli una bacchetta magica alla liquirizia. Derek mise in bocca il dolciume, mordicchiandolo nervosamente. "Perché poi andrebbe a dire in giro a tutti il meccanismo.” “Quindi hai solo paura che qualcuno venga a disturbarti nel tuo piccolo nascondiglio segreto?” Si. Ammise a se stesso. La Stanza delle Necessità era un luogo importante per lui. Era il suo rifugio, il posto in cui sapeva di potersi nascondere quando gli stimoli esterni diventavano troppi da sopportare e il suo controllo minacciava pericolosamente di cedere. Si era imbattuto nella stanza l'anno prima, dopo un acceso litigio con un arrogante Serpeverde dell'ultimo anno e il suo stupido gruppo di amici che avevano inziato a punzecchiarlo con commenti sconvenienti su sua sorella che gli avevano fatto prudere le mani per la voglia di strangolarli. Si era allontanato dal gruppo di bulli per tentare di non commettere un plurice omicidio, finendo al settimo piano del castello nel suo girovagare in cerca di un posto tranquillo in cui calmarsi, quando la Stanza delle Necessità sembrò rispondere al suo appello, apparendo di fronte a lui. All'epoca non era un accogliente salotto, ma più simile a una vecchia sala d'allenamento. C'erano oggetti di ogni genere, con la capacità di tornare integri una volta rotti - lo scoprí lanciandone alcuni - e manichini che avrebbe potuto colpire a pugni o con incantesimi, a seconda di cosa avrebbe preferito. Inoltre la stanza era talmente immensa che dubitava che qualcuno lo avrebbe sentito se avesse fatto rumore o si fosse messo ad urlare. Si era rintanato in essa per delle ore, finché l'incontrollabile rabbia non era scemata in un sopportabile fastidio. Nei giorni seguenti aveva compreso il processo esatto per accedervi senza dover contare su un colpo di fortuna. Non aveva mai rivelato a nessuno il meccanismo. Nemmeno a Laura, anche se sospettava che sua sorella maggiore lo sapesse. Nel corso dei mesi la Stanza delle Necessità era mutata, adattandosi alle sue esigenze e stati d'animo. Ora sembrava un salotto accogliente solamente perchè a volte Derek desiderava un posto tranquillo in cui rintanarsi a leggere senza essere interrotto da qualche rumoroso compagno di scuola. “Andiamo, Der. Guardalo.” Laura lo punzecchiò con un gomito nel fianco. “Lo sento puzzare di ansia e disperazione a venti metri di distanza.” Non è che Derek non lo avesse notato, i suoi sensi erano buoni tanto quanto quelli di sua sorella maggiore, semplicemente aveva scelto di ignorare quel dettaglio. “Non mi interessa.” Dichiarò ostinatamente. “Quando sei diventato un tale stronzo?” Rimproverò la ragazza. “Forse lo sono sempre stato.” Laura sbuffò disapprovante. “Uscire con chiunque sia ti sta facendo male.” Derek si irrigidì. “Non sto vedendo nessuno.” Mentì, immediatamente sulla difensiva. “So che stai uscendo con qualcuno. Ti ho beccato a sgattaiolare fuori dalla finestra della tua stanza una sera l’estate scorsa.” Confidò l’altra. “Tranquillo, non l’ho detto alla mamma. Ma devi stare attento, soprattutto se si tratta di una babbana.” Derek tirò un mentale sospiro di sollievo. “Lo so.” Non era uno stupido, anche se forse a volte prendeva decisioni discutibili. Come nel caso di Paige. “So che lo sai, ma non fa male ricordartelo. Inoltre è tra i miei doveri di sorella maggiore prendermi cura di te ed evitare che tu faccia qualche cazzata.” Scherzò lei, scompigliandogli i capelli mentre si alzava. “In bocca al lupo per la partita contro Corvonero.” Augurò, raggiungendo i suoi compagni di Grifondoro al loro tavolo. Rimasto solo, Derek decise di concentrarsi per finire il capitolo del libro di Difesa contro le Arti Oscure che stava studiando, quando le sue orecchie captarono per caso una conversazione che lo riguardava. “Forse dovresti semplicemente chiedere a Derek di dirtelo.” “Scott, pensi davvero che me lo direbbe?” Rispose la voce che riconobbe come quella del ragazzino Serpeverde che lo stava stalkerando. “Magari è gentile?” “Solo perché qualcuno è popolare non significa che sia anche gentile.” Fece notare l’altro. “Prendi Jackson. È diventato subito popolare tra quelli del primo anno dopo la nostra prima lezione di volo, ma è un coglione con la puzza sotto il naso.” “Non credo che Jackson sia il metro di paragone migliore.” “Fidati di me, Derek Hale non mi aiuterebbe.” “Stiles, ti aiuterebbe sicuramente se gli dicessi il motivo per cui vuoi tornare in quella stanza.” “Non gli parlerò di quello.” “Bhe, con me ne hai parlato.” “Tu sei un’eccezione.” Derek osò uno sguardo nella loro direzione. I due ragazzi si stavano sorridendo affettuosamente. Formavano un bel quadretto, una coppia insolita da vedere nelle sale di Hogwarts poiché raramente Grifondoro e Serpeverde si mischiavano a causa della loro ferrea rivalità. “Devo solo essere paziente. Prima o poi dovrà tornare lì e avrò la mia occasione.” Dichiarò con sfrontata sicurezza Stiles. Puoi scordartelo ragazzino. Pensò Derek, abbassando nuovamente lo sguardo sul suo libro. “Puoi almeno aiutarmi con Pozioni mentre lo tieni d’occhio?” Pregò il piccolo Grifondoro continuando la loro conversazione. “Non ho prestato molta attenzione alla lezione prima in classe.” "Forse se non avessi fissato Allison per tutto il tempo…" "Stiles, per favore." “Puoi copiare i miei appunti.” Offrì il Serpeverde. “Sei il migliore.” Ringraziò l’altro. Derek smise di origliare facendo del suo meglio per ignorare Stiles e i suoi tentativi di furtività mentre lo seguiva in giro per il castello. Stiles era persistente, doveva dargliene atto. Derek aveva scommesso che il ragazzino avrebbe rinunciato dopo qualche giorno, ma invece continuò imperterrito nella sua missione, al punto da fargli considerare che forse la motivazione che lo spingeva nella ricerca della Stanza delle Necessità non fosse così futile come aveva supposto all’inizio. Dopo circa una settimana, stanco di essere perseguitato, Derek si arrese e condusse Stiles al settimo piano - lasciando che il ragazzino rimanesse convinto di non essere stato scoperto e che finalmente il suo piano fosse andato a buon fine - esibendosi in una dimostrazione sul corretto funzionamento per far apparire la porta della stanza. Poteva essere gentile, visto? Stiles aveva fatto il suo ingresso nel salotto qualche minuto più tardi. Dopo una breve e silenziosa conversazione fatta di sguardi, il ragazzino si era messo a frugare in giro in cerca di qualcosa. Derek lo aveva lasciato fare, studiandolo mentre si muoveva da un lato all’altro della camera. Dopo ore, era sicuro che non ci fosse centimetro della stanza che Stiles non avesse accuratamente esaminato. Sembrava così disperato che Derek lo avrebbe aiutato volentieri se solo Stiles si fosse deciso a fidarsi di lui e rivelargli cosa stesse cercando. Ma no, il testardo ragazzino aveva preferito farsi prendere un attacco di panico e fargli avere un quasi infarto di conseguenza. Scongiurato il peggio e colpito dall’esperienza - Derek pregò che non dovesse mai più affrontare una situazione simile - si ripromise di scoprire il più possibile sul piccolo Serpeverde. Forse poteva trovare un modo per aiutare quel ragazzino che sembrava afflitto da un peso troppo grande per quelle minuscole spalle. E forse Laura poteva aiutarlo. *** Derek stava uscendo dalla torre di Divinazione quando Laura lo intercettò. “Il nome del tuo piccolo amico Serpeverde è Stiles Stilinski.” Informò sua sorella. Non è mio amico. Avrebbe voluto ricordarle. Conosceva a malapena il nome del ragazzo. Derek si fece strada tra la calca di studenti per raggiungere la sua prossima lezione. “Stilinski hai detto? Perchè mi suona familiare?” “Perché uno dei colleghi di mamma al Minustero si chiama così.” Laura si interruppe per alzare la mano e ricambiare il saluto di un conoscente di passaggio nel corridoio. “È suo figlio.” Derek annotò mentalmente quell’informazione anche se momentaneamente gli era inutile per capire come aiutare Stiles. “Cos’altro hai scoperto su di lui?” “Non molto, è un ragazzino piuttosto riservato. Marin dice che potrebbe parlare per ore senza stancarsi, ma mai di qualcosa che lo riguarda personalmente. E a parte quell’altro primino di Grifondoro, non si è fatto molti altri amici.” “Hai parlato con Marin?” Esclamò sorpreso Derek. Marin Morrell era la prefetta di Serpeverde e la sorella minore del professor Deaton, insegnante di Erbologia. Laura la detestava a pelle, perchè a parer suo l’altra ragazza era fin troppo brava a mentire per i suoi gusti. “Sì. Mi aspetto un bel ringraziamento per i miei servigi, fratellino.” Sorrise maliziosamente lei. “Finora non mi hai dato molto su cui lavorare.” Precisò in risposta. Laura gli mise un braccio sulle spalle, trascinandolo in un’alcova. “Ci sono delle voci.” Sussurrò cospiratoria. Derek la fissò con cipiglio. “Davvero, Lau? Voci?” Derek odiava le voci. Potevano distruggere la reputazione di qualcuno, o costruirgliene una all’occorrenza. Insinuare dubbi nelle menti deboli, giocando sulle paure recondite delle persone o al contrario, sussurrare facili bugie credibili per mettere a tacere preoccupazioni e distogliere l’attenzione da pericoli incombenti. La sua famiglia conosceva bene il potere delle voci. Dovevano lottare ogni giorno contro quelle che li additavano come lupi mannari. Non che fossero false. Gli Hale erano lupi mannari da generazioni. Ma non erano pericolosi. Non perdevano il controllo con la luna piena e non strappavano gole in preda a raptus omicidi. Albus Silente lo sapeva e aveva aperto loro le porte di Hogwarts, ben prima che dimostrassero la loro fedeltà lottando al suo fianco nella battaglia contro l'Oscuro Signore. “Voci da fonti sicure.” Promise la ragazza, facendo l’occhiolino in direzione di uno dei fantasmi residenti nel castello. Derek sospirò, facendole cenno di continuare. “Sembrerebbe che Stiles abbia infastidito ogni professore presente ad Hogwarts dall’inizio dell’anno. Dicono che Silente sia stato addirittura costretto a chiamare il bambino nel suo ufficio a un certo punto, per intimargli gentilmente di smetterla di importunare il personale.” “In che modo li stava importunando?” “Con domande per lo più. Qualcosa a che fare con le maledizioni.” “Perché un bambino dovrebbe interessarsi alle maledizioni?” “Non ne ho idea.” L’orologio da taschino di Laura prese ad urlare attirando l’attenzione e informandoli che stavano facendo tardi a lezione. “Almeno non ha l’aria di qualcuno che vorrebbe metterne in atto una.” Fu l’ultima cosa che disse prima di correre verso le scale. Derek deglutì pesantemente. Sperava davvero che fosse così. *** “Come sapevi il mio nome?” Derek aprì un occhio per osservare Stiles guardarlo accigliato da dietro il divano. Non aveva dormito molto quella notte, il suo sonno agitato da incubi su un incendio. Così, dopo la sua ultima lezione, aveva sperato di poter schiacciare un pisolino nella Stanza delle Necessità prima della prossima partita di quidditch. Aveva pensato male. “Cosa?” “Il mio nome.” Ripeté Stiles appoggiandosi con le braccia allo schienale. “Mi hai chiamato con il mio nome ma non mi sono mai presentato.” Derek non poteva dirgli di aver origliato una sua conversazione con l’altro ragazzino di Grifondoro, perché questo avrebbe comportato dovergli spiegare come avesse fatto, dato che i due ragazzi non erano mai stati a portata di orecchio umano. “Ho chiesto in giro dopo aver notato che mi seguivi.” Scelse invece di dire. Gli occhi di Stiles si spalancarono comicamente. “Sapevi che ti stavo seguendo?” Domandò sconcertato. Derek si stiracchiò sul divano, una spalla scrocchiò nel processo. “Che tu voglia crederci o meno, le tue doti da spia sono decisamente carenti.” Rivelò, sbadigliando sonoramente. “Hai finito il tuo interrogatorio? Vorrei tornare a dormire.” La vicina luna piena lo rendeva irritabile. “Oh. Non volevo disturbarti!” Si scusò in fretta il giovane Serpeverde. “Senti posso…” Il ragazzino esitò, mordendosi il labbro a disagio. “Cosa?” Stiles continuò a torturarsi il labbro con i denti, evitando timidamente il suo sguardo. “Sputa il rospo, Stiles.” “Ti spiace se do ancora un’occhiata in giro?” Chiese finalmente. “Prometto di non fare rumore.” Derek sbatté le palpebre non credendo alle proprie orecchie. “Stiles, hai messo sottosopra la stanza l’ultima volta. Qualsiasi cosa tu stia cercando, non credo si trovi qui dentro.” Rispose con sincerità. “Forse. Ma questa stanza si materializza solo in risposta a qualcuno che sta cercando qualcosa, giusto?” “Sì, è questo il suo scopo.” Confermò. “Allora qui dentro deve esserci qualcosa che mi può tornare utile.” Analizzò l’altro, aggrappandosi disperatamente a quella convinzione. “Anche se ancora non ho capito cosa.” Derek sospirò, rigirandosi su di un fianco. “Fai come ti pare.” Concesse, richiudendo gli occhi. “Ma se mi svegli, ti trasformerò in un fischietto e ti scambierò con quello del coach Finstock." Stiles sembrò credere ed essere abbastanza terrorizzato dalla minaccia da non far volare nemmeno una mosca durante tutto il suo sonnellino. Al suo risveglio, il bambino era seduto in un angolo con la testa china sulle ginocchia. Non stava facendo nemmeno un rumore, ma Derek pensava stesse piangendo. O fosse prossimo a farlo, dato l'odore opprimente di tristezza nel suo profumo. Derek si alzò dal divano, si avvicinò e gli si inginocchiò di fronte. "Mangia." Offrì, sventolando una barretta di cioccolato. Il ragazzino sollevò la testa. "Non ho fame." Derek sorrise gentilmente. "Il cioccolato non serve per riempire lo stomaco, ma per rinvigorire lo spirito." Disse, citando una famosa frase che sua madre amava ripetere. Stiles tirò su col naso, guardandolo con occhi acquosi. "Non hai abbastanza cioccolato per quello." "Posso procurarmene altro più tardi." Derek pensò che avrebbe fatto l'impossibile pur di far sparire l'odore di tristezza dal profumo di Stiles. Diamine, avrebbe chiesto a Laura di usare su di lui quell'incantesimo che aveva ideato per staccargli le sopracciglia dal viso e farle volare via come un uccellino, se fosse servito a fare sorridere il ragazzino. La sua sorellina Cora amava quell'incantesimo. Rideva sempre a crepapelle quando Laura decideva di usarlo per togliere dal viso di Derek il suo caratteristico cipiglio. "È una cosa da Hale?" Domandò Stiles, accettando finalmente la barretta, ma solo per prenderne un pezzo e poi restituirla a Derek per condividerla. "Che cosa?" "Offrire dolci." Spiegò, ficcandosi in bocca l'intero pezzo di cioccolato. "Tua madre mi ha offerto delle gelatine tutti i gusti+1 una volta." "Stai mentendo. Mia madre non condivide mai le sue gelatine con nessuno." Derek sapeva che in realtà Stiles gli stava dicendo la verità. Talia Hale andava sempre in giro con qualche dolciume in tasca, dispensando le piccole leccornie alle persone quando le notava giù di morale. Era uno dei motivi per cui spediva a lui più dolci che a Laura, sapendo bene quanto Derek fosse più umorale rispetto a sua sorella maggiore. “È la verità!” Ribatté Stiles indignato. “L’ho conosciuta al Ministero della Magia. Lavora con mio padre.” “Ah si?” Derek finse di esserne stupito. “Sì. Mi ha tenuto compagnia mentre lui doveva lavorare.” Raccontò l’altro. “Vi somigliate. Avete gli stessi occhi. Solo che lei non sembra spaventosa quanto te.” “Sembro spaventoso?” “Il più delle volte. O almeno lo sei quando entro in questa stanza e mi fissi come se volessi strapparmi la faccia.” Se Laura fosse stata presente, Derek era sicuro si sarebbe messa a ridere. “La Stanza delle Necessità è il mio nascondiglio.” Fornì come spiegazione. Stiles si rannicchiò per farsi più piccolo. “Non volevo invadere il tuo spazio.” “Non sono arrabbiato con te.” Rassicurò tranquillamente. Un trillo assordante li fece sobbalzare entrambi. Una sveglia si era materializzata sul tavolo e stava suonando impazzita, saltellando sul posto. Accidenti. Derek non si era accorto che fosse così tardi. “Devo correre alla partita.” Avvertì scattando in piedi verso la porta. “Tu vieni?” “Certo.” Stiles gli balzò dietro, seguendolo. “Pronto a vedere la tua squadra perdere?” Punzecchiò Derek sfrecciando lungo le scale. “Pfff, amico, la mia squadra ti farà il culo!” Ribatté Stiles urlando. “Lingua!” Rimproverò la lady di un quadro al loro passaggio, giudicandoli aspramente da dietro il suo ventaglio. “Cielo, i ragazzi di oggi sono così sguagliati.” Commentò sir Nicolas - anche detto Nick quasi senza testa - svolazzando a pochi metri da lei. Stiles attraversò il fantasma con un sorriso birichino stampato in viso. “Che modi!” Esclamò indignato lo spirito, ricomponendo il proprio ectoplasma. “Ai miei tempi si veniva decapitati per molto meno!” I due ragazzi proseguirono la loro corsa ridendo allegramente. Tassorosso vinse su Serpeverde per un soffio grazie a Derek. Derek fermò la scopa, sollevando con un sorrisetto sfacciato il boccino in direzione di Stiles, che gli rispose facendogli la linguaccia dagli spalti. *** Stiles continuò ad andare nella Stanza delle Necessità, anche se smise di cercare al suo interno un rimedio per contrastare la morte di sua madre. Non si era ancora totalmente arreso all’idea che non esistesse un metodo per salvarla. Non ne sarebbe mai stato capace. Semplicemente si rassegnò al fatto che la stanza non glielo avrebbe fornito. Derek non gli chiese mai di nuovo cosa fosse venuto a cercare, né provò ad allontanarlo durante le sue molteplici visite. C’era qualcosa di confortante nella possibilità di trovare Derek lì ad aspettarlo ogni volta avesse deciso di fare visita. Non parlavano mai molto. Stiles cercava di infastidire il Tassorosso il meno possibile, sapendo che la stanza fungeva da nascondiglio per l’altro ragazzo. Derek dal canto suo, faceva del suo meglio per non sembrare omicida quando lo vedeva varcare la porta, abbozzando un piccolo sorriso a volte o condividendo con lui i suoi dolci. La Stanza delle Necessità divenne ben presto anche il nascondiglio sicuro di Stiles. Il loro equilibrio ebbe durata breve però. Derek e Laura stavano trascinando le loro valige oltre il portone del castello, di ritorno dalla pausa invernale, quando un piccolo Scott Mccall con al collo una sciarpa rossa e oro corse loro incontro. "Possiamo aiutarti?" Domandò educatamente la maggiore degli Hale mentre il ragazzo riprendeva fiato. "Mi chiamo Scott Mccall." Si presentò il Grifondoro, guardando direttamente Derek negli occhi. "Sto cercando Stiles." "Non ho idea di dove sia." Rispose il Tassorosso. "Non si è presentato a pranzo. Nemmeno ieri a cena." Derek aggrottò la fronte confuso. "Non era tornato a casa per il Natale?" Era sicuro che Stiles avesse accennato, durante uno dei loro ultimi incontri, che sarebbe andato a trovare i suoi genitori per le vacanze. "Lo ha fatto, ma è tornato prima. Non ha voluto dirmi il motivo… ma credo sia qualcosa di brutto." Informò preoccupato Scott. "Potrebbe essere malato." Suggerì Laura pensierosa. "Non è nel suo dormitorio. Anche Marin e il professore Deaton stanno impazzendo a cercarlo." Scott guardò Derek con i suoi grandi occhi castani. "Voi due avete passato tanto tempo insieme ultimamente, tu sai dove. Stiles non mi ha mai detto come accedere a quella stanza. Ho pensato che potessi dare un'occhiata per vedere se fosse nascosto lì." Derek lanciò uno sguardo a sua sorella. "Penso io ai bagagli." Rassicurò Laura, spronandolo ad andare con una leggera spinta. Il ragazzo annuì, ringraziandola silenziosamente. Quando entrò nella Stanza delle Necessità, i singhiozzi disperati e l'olezzo d'angoscia attirarono immediatamente la sua attenzione. "Stiles?" Chiamò, cercando con lo sguardo il ragazzino. In un angolo della stanza, tra due delle ricolme librerie, c'era una piccola nicchia che non era mai stata lì prima. Il pianto disperato sembrava provenire da lì. Derek si avvicinò, inginocchiandosi davanti al buco che ricordava una piccola tana d'animale. Stiles era al suo interno, raggomitolato in una palla. "Hey." Salutò, attirando l'attenzione del ragazzino. Gli occhi di Stiles erano rossi e gonfi, il suo viso incrostato da lacrime e muco. "Vattene." "Non proprio il saluto che mi stavo aspettando." Ironizzò Derek, sdraiandosi a terra a pancia in giù per mettersi più comodo. "Non sono in vena di scherzare, Derek." Ringhió Stiles. "Lasciami in pace." "Vuoi dirmi cosa c'è che non va?" "No!" "Scott ti sta cercando. È preoccupato per te." Lo mise al corrente. Stiles distolse lo sguardo colpevolmente. "Non mi importa." Derek trattenne un sorriso affettuoso per la palese bugia. "Esci di lì. Ti prometto che ti aiuterò a cercare un modo per sistemare qualsiasi cosa ti stia tormentando." "Non c'è un modo per sistemare questo." Rispose amaramente l'altro. "C'è sempre un modo." "Non questa volta, ok?!" Scoppió il ragazzino. "Mia madre sta morendo, Derek! Tutto per colpa di una stupida maledizione che la sta facendo impazzire e immaginare cose che non esistono!" "Stiles…" "Ha tentato di uccidermi! Se mio padre non l'avesse disarmata della sua bacchetta forse ci sarebbe anche riuscita." Derek era paralizzato. Non aveva idea di come aiutare Stiles. Avrebbe voluto poter drenare il dolore emotivo allo stesso modo di come era in grado di fare con quello fisico. O essere un mago abbastanza esperto da conoscere un incantesimo capace di spezzare la maledizione di cui era succube sua madre. Il Morso avrebbe potuto salvarla? Non ne era sicuro, avrebbe dovuto chiederlo a sua madre. Ora il comportamento schivo di Stiles nel parlare della sua famiglia, le numerose domande poste al corpo insegnanti, la sua disperata ricerca nella Stanza delle Necessità, avevano assunto un senso. Ma se nemmeno i professori o il grande Silente erano riusciti a trovare una risposta da dare al ragazzo, cosa avrebbe potuto fare Derek? "Morirà." Le lacrime ripresero a scorrere dagli occhi di Stiles. "Mi dispiace." Riuscì solamente stupidamente a dire Derek, non trovando nulla di meglio. "Sai qual è la cosa peggiore?" Derek attese pazientemente in silenzio tra un singhiozzo e l'altro. "Mia madre morirà e io non riesco a non sentirmi sollevato al pensiero, perché ho paura di lei. Ho paura che potrebbe fare male a me o mio padre. Cosa c'è di sbagliato in me?" Le mani di Stiles si strinsero tra i capelli sudaticci, strattonandoli forte. "Non c'è niente di sbagliato in te, Stiles." Rispose Derek con decisione, allungando le mani per fermarlo prima che si facesse male. "È del tutto normale il modo in cui ti senti." "No che non lo è!" Piagnucolò lui. "Dovrei essere triste e disperato, invece l'unica cosa a cui riesco a pensare dopo quell'episodio è che non vedo l'ora che tutto finisca!" Derek non si era mai sentito più impotente in vita sua. Rimase con Stiles finché il ragazzino non smise di piangere, addormentandosi per sfinimento. Solo allora osò tirarlo fuori, portandolo in braccio fino in infermeria, pensando fosse il luogo più appropriato in cui lasciarlo riposare. L'infermiera - se Derek ricordava bene il suo nome era Melissa - li condusse rapidamente a un letto, tirando da parte le coperte per lasciare che adagiasse il corpo inerme di Stiles su di esso. "Cosa gli è capitato?" Domandò, controllando prontamente i valori vitali del giovane. "Ha pianto fino ad esaurirsi." Spiegò Derek senza dilungarsi in dettagli superflui. "Povero caro. È esausto." Dichiarò la donna. "Lo lascerò dormire il più possibile." "C'è qualcosa che posso fare per lui?" Chiese Derek, osservando il viso addormentato di Stiles. Il ragazzo gli stava stringendo la manica del cappotto nel sonno. L'infermiera sorrise. "Stagli vicino." Si raccomandò, posandogli una mano sulla spalla. "Vado ad informare chi di dovere sulle sue condizioni. Puoi tenerlo d'occhio per me finché non torno?" Derek annuì solennemente, sedendosi sulla sedia al fianco del letto. Stiles era così pallido, illuminato dalla luce della luna che filtrava dalle alte finestre dell'infermeria, che Derek riusciva a vedere alcune delle vene più superficiali sottopelle. Era anche dimagrito, notó, studiando il suo viso scarno. Stiles si agitò nel sonno, farfugliando parole che Derek non riuscì a decifrare. Derek incrociò le braccia sul letto, poggiando la testa su di esse per chiudere gli occhi con l'intenzione di riposare per qualche minuto mentre aspettava il ritorno di Melissa. Doveva essersi addormentato a un certo punto, perché quando li riaprì la stanza era rischiarata da calda luce ambrata. "Buongiorno." La voce di Stiles lo colse di sorpresa. Il ragazzo era sveglio e stava masticando quella che aveva l'aria di essere una focaccina. "Hey. Come ti senti?" Chiese Derek, stropicciandosi gli occhi incrostati dal sonno. "Come se mi avesse calpestato un Ippogrifo." Sbuffò Stiles. "A proposito… Grazie." Derek sollevò un sopracciglio. "Per cosa?" Stiles lo fissò con i suoi penetranti occhi color wisky. La serietà racchiusa in quello sguardo non sarebbe dovuta appartenere a un ragazzino di neanche dodici anni. "Per non avermi giudicato." Derek distolse lo sguardo, imbarazzato. "Non sono nessuno per giudicarti." Un silenzio tranquillo calò nell'infermeria, interrotto solo dal leggero masticare del ragazzo. "A mia madre non resta molto tempo." Dichiarò monotono Stiles più tardi. "Probabilmente morirà quest'anno. O almeno questo è quello che pensano quelli che hanno studiato la sua maledizione." La sua voce era controllata mentre spiegava la situazione, ma le sue mani tremavano mentre stringeva i lembi delle lenzuola che lo coprivano dalla vita in giù. "Non ho idea di come farò a superare tutto questo." Derek allungò una mano, stringendo una delle sue. "Sarò qui se ne avrai bisogno." Gli occhi di Stiles si inumidirono ma la sua bocca si distese in un sorriso carico di gratitudine. "Giuralo." "Te lo giuro." *** Col senno del poi, Derek non avrebbe dovuto fare una promessa così importante a cuore leggero. "Continua a correre, Derek!" Spronò Laura, guidandolo nella fuga tra gli alberi. "Non fermarti!" Derek corse, cercando di ignorare l'odore di fumo e cenere aggrappato ai loro vestiti che gli stava facendo prudere il naso. L'immagine del perfido sorriso dipinto sulle labbra della donna che aveva pensato di amare, mentre reggeva un bastone in fiamme, stampata indelebilmente nella memoria. Lo avrebbe tormentato nei suoi peggiori incubi negli anni a venire. Ad un miglio di distanza alle spalle dei due giovani lupi, la dimora degli Hale stava ancora bruciando. *** Claudia Stilinski morì quell'estate. La donna si tolse la vita in uno dei suoi ultimi barlumi di lucidità. Privata della sua bacchetta e rinchiusa in una clinica umana da mesi, dove veniva trattata come una normale paziente affetta da psicosi, la strega non ebbe altra alternativa se non quella di usare un lenzuolo come cappio. A trovarla, ancora appesa alle pale del ventilatore della sua stanza, furono suo marito Noah e suo figlio Mieczysław, detto anche Stiles. Nessuno fu sorpreso da quel finale. Il funerale fu organizzato due giorni dopo. Claudia aveva lasciato scritto nel suo testamento di voler essere sepolta nel piccolo cimitero della cittadina che lei e suo marito avevano scelto come luogo per crescere loro figlio, invece che nella cappella di famiglia insieme al resto dei suoi parenti defunti. Fu una cerimonia semplice e breve, a cui parteciparono appena dieci persone, compreso l'officiante. Tra esse, spiccavano i nomi di Albus Silente e Alan Deaton. Stiles ne fu sorpreso. Non aveva avuto idea che i due uomini conoscessero intimamente sua madre quando si era rivolto loro in cerca d'aiuto. Suo padre lo riportò a casa, scusandosi venti volte nei cinque minuti di tragitto dal cimitero alla loro abitazione per doversene andare così presto. "Mi dispiace, figliolo. Ho delle cose da sbrigare che non possono essere rimandate." "Non preoccuparti papà. Lo capisco." Lo rassicurò con un finto sorriso. Noah gli accarezzò la guancia e lo strinse in un abbraccio da orso prima di scomparire nel camino usando la metropolvere. Stiles fissò perso il soggiorno. Si sentiva vuoto, privato di qualsiasi energia o emozione. Il suo sguardo si posò sul calendario appeso alla parete. Mancava meno di un mese al ritorno ad Hogwarts. Meno di un mese e sarebbe tornato nel luogo che ormai considerava come una casa. Amava suo padre, era l'unica famiglia che gli restava, ma non c'era mai a causa del suo lavoro e da quando sua madre si era ammalata, si era fatto distante, chiudendosi in se stesso con il suo dolore, come se fosse l'unico a soffrire per l'imminente perdita. Ad Hogwarts invece, Stiles aveva Scott e Derek che lo stavano aspettando. Doveva solo sopravvivere alle prossime settimane senza crollare, poi le cose sarebbero andate meglio. *** Stiles stava facendo colazione con i cereali quando i suoi occhi catturarono la notizia dell'incendio sulla prima pagina della Gazzetta del Profeta che suo padre teneva sotto il braccio. Stiles strappó dalle sue mani il giornale, scorrendo con le palpitazioni la lista dei nomi delle vittime. Emily J. Hale - 110 anni Connor Hale - 75 anni Sarah Hale - 68 anni Thomas Hale - 55 anni Talia Hale - 42 anni Samuel Hale - 41 anni Peter Hale - 29 anni Margaret Hale - 23 anni Adam T. Hale - 25 anni Laura Hale - 18 anni Derek Hale - 16 anni Cora Hale - 10 anni Lucas Hale - 6 anni Benjamin Hale - 2 anni Stiles non voleva credere ai propri occhi. L'incendio sembra imputabile a un gruppo di babbani contrari all'uso di pratiche magiche. Gli estremisti, dopo essere riusciti ad intrappolare la famiglia all'interno della loro abitazione (il metodo utilizzato è ancora un mistero su cui stanno indagando gli Auror), l'hanno data alle fiamme. 14 corpi sono stati ritrovati carbonizzati all'interno della casa... Recitava l'inizio dell'articolo. Stiles corse in bagno a vomitare. "È uno scherzo vero?" Singhiozzò, aggrappandosi a suo padre quando lo aiutò a ripulirsi la bocca. "Papà. Dimmi che non è vero!" "Mi dispiace figliolo." Sussurrò il mago, massaggiandogli la schiena per cercare invano di calmarlo. L'intero mondo di Stiles stava andando di nuovo in frantumi. Quando a Settembre suo padre lo accompagnó all'Espresso per Hogwarts, Stiles salì sul treno a vapore con un'unica triste certezza su quello che lo avrebbe atteso ad Hogwarts. Derek Hale non sarebbe stato lì. Anche se lo aveva promesso.

 








 








 


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